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I Balcani in moto li abbiamo attraversati rapidamente, purtroppo con pochi contatti con i locals.

Non sono stato di parola riguardo alla frequenza che avrei tenuto negli aggiornamenti: avevo parlato di un post a settimana ma siamo già partiti da due e non c’è traccia di vita sul blog.

Però è anche vero che, come riporta Andrea Livio sul suo sito “Non si viaggia per essere visti, si viaggia per scomparire”.

Sicuramente la mia indole lavativa trova sfogo in questa dimensione da Fuga dal Mondo. Ma già sbaglio termine: questa è una Fuga nel Mondo e una piccolissima parte l’abbiamo già percorsa, anche se in stato, obiettivamente, confusionale. Avevo già provato a mettere insieme i pensieri sulla prima settimana, passata velocemente, mentre eravamo a Istanbul. Ma le cose che trovi per strada vanno vissute e non puoi concederti ai ricordi, anche se recenti. Ci riesco ora, nella stanza di una pensione a Safranbolu, nell’immediato entroterra della costa turca del Mar Nero. Riscrivo tutto da capo, ché di cose ne succedono e i punti di vista cambiano di continuo.

La partenza è stata lunga e diluita, da sud a nord in più giorni e, per me, in treno da Lamezia a Napoli. Per due mesi abbiamo salutato amici e parenti. E’ stato il saluto alle famiglie a farci rendere conto che stavamo partendo per davvero. Ma anche quella non è stata la partenza definitiva. Quella ufficiale è stata da Milano il 3 settembre, dalla sede di Motociclismo, con Mario Ciaccia a rimettere sempre in ballo argomenti del tipo: “ ma quanti chilometri può fare un motore come il tuo? Effettivamente ancora non si sa…” e altre cose rassicuranti dello stesso tipo. Fino al giorno prima ero corroso dall’ansia, che saliva al vedere Peppina tranquilla e spensierata a vagheggiare sulla sistemazione dei bagagli e di poetici caffè on the road dalla nostra macchinetta. L’avrei uccisa a pugni, non scherzo.

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foto Mario Ciaccia

Balcani in moto. Inizia il Giro Lungo.

Come sperato, l’ansia si dissolse appena presa l’autostrada in direzione Venezia. L’ultimo passaggio da Miriam Orlandi a Brescia, a prendere corde e carrucole per eventuali affondamenti nel fango (fidatevi, può succedere). Partiamo che siamo già in ritardo, i lavori in corso sulla A4 fanno il resto: ci troviamo a girare in tondo tra Venezia Est e un casello imprecisato a una ventina di chilometri, fin quando non ci accorgiamo dei tabelloni che indicano di seguire la A27 per Trieste. Pensiamo seriamente di farci adottare da una coppia di camionisti ungheresi fermi al casello a riposare, ma dobbiamo raggiungere Mauro a Gorizia, che ci offre ospitalità per l’ultima notte in Italia. Facciamo una discreta figura di cacca arrivando a mezzanotte (o forse l’una). Mauro non sembra minimamente infastidito da tutto ciò, anzi prepara al volo quello che ha tutta l’aria di essere l’ultimo piatto di pasta per un bel po’ di tempo.

balcani-in-moto-mauroCrolliamo dopo un paio d’ore di chiacchiere che riprenderemo il mattino dopo, insieme a Germana, sua moglie. Ricevere ospitalità dagli sconosciuti è sempre un’ incognita.Temevo di trovarmi in casa di un fascistone nazionalista di stampo frontaliero, con la brama di sparare ai barconi a Lampedusa e l’odio atavico per gli Slavi, invece veniamo accolti da un antifascista profondamente convinto della trasversalità interetnica degli atteggiamenti umani (un modo paraculo di dire che i buoni e gli stronzi si trovano in ogni razza) e ricco di una cultura ben sopra la media. La mattina passa rapida mentre riprendiamo conoscenza, cercando di decidere che strada fare. Seguiamo il consiglio del nostro ospite che ci suggerisce di puntare verso Istanbul attraverso l’interno della Croazia e la Serbia, piuttosto che fare la costa adriatica, troppo lunga e trafficata. Dopo i saluti alla bella famigliola, Mauro ci accompagna per un brevissimo tratto di Slovenia, non senza prima averci preparato dei panini col pane da lui stesso fatto in casa. Arrivato il momento dei saluti veri, per strada ci dice :” Ecco,adesso partite per davvero. D’ora in poi siete solo voi due.”

E aveva ragione. Parti davvero quando intorno a te non senti più parlare la tua lingua.

Ovviamente, appena lasciati soli iniziamo a fare minchiate. Mauro si era premurato di indicarci la strada senza pedaggio con precisione estrema. Noi che facciamo? Prendiamo l’autostrada per Zagabria. E sì… a un bar chiediamo a un gruppo di sloveni quanto manchi per il confine (lo sapevamo dal GPS, ma perchè privarsi del brivido delle indicazioni dei locals?): il tipo sconsiglia la statale, troppo lunga e arzigogolata. A balcani-in-moto-villaggio-sloveniasuo dire la vignetta è necessaria per le auto, alle moto non la chiede nessuno. Prendiamo l’autostrada e facciamo bene: inizia il primo acquazzone vero di tutto il viaggio. Fossimo stati sulla statale, ancora saremmo lì a 30 km/h a vagare per boschi. Troviamo il modo di eludere un casello facendo una manovra strana, tipo uscire per non so dove e tornare prima del casello stesso. In questo modo arriviamo al confine croato senza colpo subire (almeno per ora. Se arriva qualcosa a casa poi, non lo so). Troviamo da dormire in una via del centro di Zagabria, zeppa di affittacamere, a un buon prezzo (secondo me. Secondo Peppina no). Ci fermiamo solo per una notte, quanto basta per capire che quella che chiamiamo Europa dell’Est è, definitivamente, molto più Europa che Est. Le atmosfere da guerra fredda sono bell’e sparite e il wifi si trova gratis anche dove non te l’aspetti. In aperta natura, per esempio.

balcani-in-moto-tenda-notte-croaziaTransitando in direzione Serbia, il giorno dopo, al calar del sole ci fermiamo in un camping ormai chiuso per la stagione finita. C’è solo un piccolo ristorante scrauso aperto a 300 metri dal punto che scegliamo, in riva a un laghetto dichiaratamente artificiale. Il wifi spacca i muri, mentre di segnale GSM manco a parlarne. Sotto una pioggia fine ma insistente montiamo la tenda e finalmente proviamo ‘sto benedetto fornello a benzina, arrivato in extremis l’ultimo giorno prima della partenza. La fornace va che è una bellezza, pure troppo direi: tempo di capire come funziona il discorso della pressione, tiriamo fuori un piatto di riso, fagioli e carne di sedicente porco in una ventina di minuti.

Siamo belli, siamo selvaggi, siamo organizzati. E siamo pure coglioni

perchè a pappa pronta ci rendiamo conto che avremmo potuto montare la tenda sotto la veranda del ristorante chiuso, quest’ultimo a pochi metri da noi, dove ci sediamo per mangiare al coperto. L’espressione di vaga insoddisfazione di Peppina si trasforma, il mattino dopo, in vero sconforto quando ci rendiamo conto di essere circondati dal fango. Dopo aver sciacquato dalla terra le borse e lavato le stoviglie, riavvolgiamo la tenda il cui telo esterno è ormai fradicio per la notte di pioggia.

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Su questa tenda era, ed è ancora, in corso una diatriba: secondo me è fantastica per la rapidità di montaggio e per il fatto che si monta direttamente col telo esterno, per i due ingressi laterali e i relativi spazi di stoccaggio bagagli. Peppina la odia profondamente perchè, a suo dire, troppo stretta e senza la fondamentale verandina. Come se dovesse metterci i vasi di petunie, nella verandina.

balcani-in-moto-roadmapStiamo andando in Serbia senza carte stradali né digitali: quando scaricai le mappe OpenStreet per il GPS, inspiegabilmente saltai un tile della mappa croata, quello che va da Zagabria fino al confine serbo. Stiamo procedendo con le indicazioni delle città da attraversare scritte sull’agendina dal ragazzo del B&B di Zagabria. Siamo quasi al confine quando sul Garmin riappaiono le strade. Imposto allora Sid come città di destinazione e da lì inizia un giro assurdo fuori dalla statale, tra paesini sperduti nella campagna coltivata. Facce sbigottite di adolescenti e anziani ci guardano mentre imbocchiamo una strada messa male che porta… dove porta? Alle piramidi, porta.

Niente, la strada è sbarrata da grossi tetraedri in calcestruzzo.

In pratica il Dr Garmin ha ben pensato di girare intorno al tile mancante per raggiungere la meta designata. Un’ allungata pazzesca per seguire una stupida macchina. Poi mi dicono che è facile andare in giro col navi (uè figa!… il navi!) Di tornare indietro non se ne parla, troppa strada.

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A occhio Sofia ci passa pelo pelo. Peppina va in avanscoperta, trovando un incrocio a poche decine di metri, invaso da una discarica abusiva. Supero questo varco spaziotemporale senza rendermi conto di cosa stiamo effettivamente facendo. All’incrocio/ discarica, i passeggeri di una macchina in transito ci guardano ancora più sbigottiti degli abitanti del villaggio. Ancora campagna, un villaggio minuscolo e pittoresco su un isolotto nel fiume, ancora campagna e poi una cittadina, ma qualcosa non torna. Le case hanno decori più ricchi in facciata, le strade un asfalto diverso, i negozi hanno le insegne in cirillico. Mah… sarà perchè siamo al confine, però tutte queste auto targate SRB? No, aspè…. tutte le auto sono targate SRB. Macheddavero? Chiediamo a tre signori per strada impegnatissimi a non fare un cazzo. Eh… chiediamo… Peppina chiede in peppinico, io provo in un russo che non ricordo più, che vale quindi come il peppinico. La domanda è semplice: “Siamo in Serbia? Non abbiamo visto la dogana, né polizia: dov’è la polizia di frontiera?”

E’ una di quelle fantastiche situazioni in cui il numero delle risposte è direttamente proporzionale al numero di interlocutori, mentre le direzioni indicate lo sono in misura esponenziale. Facendo una media algebrica di mimica, espressioni facciali, sguardi perplessi e direzioni indicate stabiliamo che: sì, siamo in Serbia e no, non abbiamo passato la dogana. Evidentemente quelle cazzo di piramidi sono un border post-Jugoslavia o post-conflitto sul quale non valeva la pena erigere un posto di frontiera. In pratica siamo entrati senza che le autorità ne sappiano niente. E non è che ce ne fotta più di tanto. Solo che quando andai in Serbia la prima volta, cinque anni fa, mi misero un timbro sul passaporto e all’uscita dovetti dimostrare di aver dormito almeno una notte in albergo. Cerchiamo di ricordare se l’anno scorso ci abbiano timbrato qualcosa, ma l’unica cosa a essere obliterata è la nostra memoria. Passeremo la notte a Mitrovica (da non confondere con l’omonima città in Kosovo), in una pensione a cui ci hanno portato dei tipi a cui abbiamo chiesto per strada. La serata la trascorreremo in una chiatta sul fiume, adibita a locale, attratti dalla musica, a bere una birra vicino alla tavolata chiassosa di cinquantenni con tutta l’aria e i modi del pulitore etnico.

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Stiamo andando troppo a rilento per questa storia di non pagare le autostrade: alla fine quello che risparmiamo di pedaggio lo spendiamo triplicato di pernottamento. Per il giorno dopo decidiamo che sarà autostrada fino a Sofia, dove Michele, motociclista e couchsurfer, si è offerto di ospitarci per un po’ di tempo. A malincuore possiamo fermarci una sola notte: Istanbul è da raggiungere entro il 9 di settembre.

Attraversiamo la Serbia in una giornata di veloce autostrada in un paesaggio relativamente piatto e monotono, che diventa più entusiasmante al confine con la bulgaria, attraversando le montagne che dividono i due paesi. A trenta chilometri dal confine incontriamo due motociclisti polacchi diretti a Istanbul.

Hanno 12 giorni di tempo per arrivare lì e tornare via Montenegro e Croazia. Quasi mi vergogno a dirgli che noi abbiamo un anno a disposizione. Glielo dico, e gli dico anche che ho lasciato il lavoro per fare questo. Ed entrambi guardano verso il nulla con espressione sognante. Li rincontreremo alla frontiera, dove ci aspettiamo di essere tartassati dalle guardie serbe riguardo al nostro ingresso illegale. Invece nessuno ci caca di striscio.

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Le poche ore a Sofia insieme a Michele saranno belle e piene. A casa c’è una coppia di ciclisti tedeschi: lui non parla inglese, anzi non parla proprio. Lei è una mitraglia al punto tale che più di una volta mi ritrovo con la sigaretta in mano, pronto a fumare, bloccato per dieci minuti dalla chiacchiera mentre l’astinenza sale pressante. Al di là di questo, una conversazione davvero piacevole. Ma lo è sempre, quando c’è gente con un sogno da realizzare e tutta la determinazione nel farlo. Nel frattempo il mio telefono ha deciso di morire definitivamente. Dopo i saluti ai ciclisti, l’indomani, Michele ci porta a cercarne uno di seconda mano, ma il prodotto non vale la spesa, viste le mie necessità. In compenso riesce a trovarmi uno splendido adattore universale per la spina del mio laptop. Ecco… sappiatelo: se andate a Est dell’Europa, normalmente tutte le prese hanno il foro della messa a terra tappato da una vite. Quindi se avete un PC con la spina a tre, portatevi un adattatore. La visita è breve, ma riusciamo comunque a pranzare insieme, facendoci raccontare della sua vita a Sofia e del suo sogno, tra qualche anno, di partire anche lui per un giro lungo lungo. Salutiamo Michele che ci porta all’inizio della strada da seguire per Istanbul: “da qui in poi tutto dritto!”.

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Di nuovo autostrada (gratis) o presunta tale: pianura sconfinata e piccoli centri abitati da Rom un centinaio di chilometri prima della frontiera. In uno è piena festa di paese e ci fermiamo per qualche foto. Ci sono bambini vestiti con abiti tradizionali che ballano su tamarrissime musiche contemporanee, i genitori che fanno foto, gli adolescenti che si danno appuntamento ai lati della piazza, gli anziani seduti vicino al chiosco del cibo, piccole giostrine dall’altro lato della strada. Inutile dire che saltiamo subito all’occhio. Non tanto per le facce quanto per l’abbigliamento che indossiamo. Ci fermeremmo pure, ma il sole comincia a calare e vogliamo portarci più vicino possibile al confine turco.

Ci fermiamo tardi, dopo aver rifiutato un bell’hotel per venti euro, convinti di trovarne subito uno più economico. Ci siamo ritrovati a girare per l’edilizia comunista di una città bulgara di confine, popolata da cittadini la cui gentilezza stona decisamente con l’ambiente circostante. Niente per meno di trenta euro, di tornare indietro non se ne parla, decidiamo di andare avanti. Ci toccherà proseguire per altri 50 chilometri, su una strada sempre più stretta e buia, mentre la mia tensione sale: mi ero ripromesso di non guidare al buio così carico. Fortunamente, in questi casi, Peppina rimane sempre tranquilla, evitando di alimentare le mie preoccupazioni.

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Ci fermeremo per la notte a Dimitrovgrad, in un hotel ben messo, anche se forse utilizzato per incontri fugaci e clandestini, visto l’assortimento di un paio di coppie che ne fuoriescono (lei una stanga appariscente, lui un cessetto basso e pelato). Di questa credo ricorderemo sempre i modi del ragazzino che gestisce il posto dove abbiamo mangiato una carne buonissima: serio, cordiale, determinato e conciso nelle espressioni. Ho pensato che se a vent’anni fossi stato come lui a quest’ora non starei facendo il fricchettone a due ruote. Alla fine riusciamo a partire dalla Bulgaria per essere a Istanbul entro i tempi previsti. Non senza aver fatto l’ultimo pieno di benzina a prezzo ragionevole prima dei salassi turchi che ci aspettano.

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La frontiera è stata abbastanza rapida e la vera gioia è stato trovare al duty free il mio tabacco a una cifra ridicola. Peppina ne ha trovato uno di suo gradimento e questi sono brevi momenti di vera felicità.

Ci mettiamo un pomeriggio intero ad arrivare alle porte di Istanbul, senza autostrada. Ma il peggio doveva arivare:

il traffico della città. Qualcosa di simile a un misto tra Napoli e Roma.

Che da percorrere con una moto stracarica è cosa fastidiosa assai. Stavo per cuocere la frizione: tra autobus, camion, auto che svoltano e sorpassano come cazzo gli pare e moto sulla destra è già un inferno. Se ci mettete anche i venditori ambulanti in mezzo a una strada a tre corsie che vendono acqua, rose, banane, biscotti capirete perchè stavo per avere una crisi di rigetto del tipo “mò lascio tutto qui e me ne vado a piedi”.

Siamo finalmente in Asia, almeno secondo le carte geografiche e i canoni dell’immaginario. Siamo ancora in Occidente, quello vero e moderno, a dare un’occhiata ai centri commerciali della periferia, ai negozi di telefonia e tutte queste fregnacce. Finiremo per stare a Istanbul quattro giorni. Saremo ospiti di Gozde, o meglio di sua madre.

Chi è Gozde? Ve lo dico la prossima volta.

Ché sono le 2:30, qui a Safranbolu ed è ora di andare a nanna. Che domani dovrebbe essere Cappadocia.

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