cultura indiana jodhpur senzatetto

cultura indiana varanasi morte

Mi aspettavo grandi cose dalla cultura indiana. E sono rimasto deluso.

Da un paese la cui la religione principale esiste da più di quattromila anni, in cui convivono diverse fedi rispettandosi l’un l’altra mi aspettavo di trovare altro che non un continuo tentativo di solarci senza neanche guardarci in faccia. Credevo fosse davvero forte la spiritualità resa celebre dai fricchettoni degli anni ’70, aspettandomi di incontrare gente pronta a elargire perle di saggezza sulla transitorietà della vita umana e su quanto sia poco importante il possesso dei beni materiali.

Niente di tutto questo. Abbiamo trovato un popolo visceralmente legato al denaro, soprattutto se realizzato in modo facile e senza sbattimento. La prima impressione positiva dataci dai Sikh, che applicano il principio del lavoro svolto onestamente che abbiamo potuto toccare con mano, è rapidamente scemata verso la diffidenza più totale. Gli indiani hanno seriamente messo a dura prova il mio umanesimo che alcune volte mi ha fatto tacciare di buonismo. Su Motociclismo di febbraio 2015 vi racconterò del disincanto procuratoci dal Rajasthan, la terra che più dovrebbe incarnare l’immaginario che abbiamo di questo paese, e che invece è ormai irrimediabilmente compromessa da un turismo, a nostro avviso, quantomeno irresponsabile.

Qui vorrei andare oltre la delusione e cercare di capire le cause del continuo tentativo di inculatura.

Cultura indiana- Spiritualità pret a porter per l’occidente che cambia

cultura indiana jodhpur senzatettoDopo mesi di maggioranze islamiche di ogni tipo, entrare in contatto con la cultura indiana ci ha fatto per un attimo gridare al miracolo della convivenza pacifica e della tolleranza. Ci è bastato poco per vedere che non di tolleranza si tratta ma di semplice strafottenza. La fortuna di questa terra nell’immaginario collettivo è iniziata quando quattro post adolescenti inglesi, noti col nome di Beatles, rimasero affascinati (e poi delusi) dal carisma di un Guru della meditazione trascendentalela produzione successiva dei quattro aprì la strada alla diffusione del rock psichedelico,nato negli USA nello stesso periodo. Da lì è stato un attimo che l’iconografia della cultura indiana riempisse copertine di dischi, ispirasse gli abiti dei freaks, facesse nascere in ogni parte dell’Occidente scuole di yoga. E che sempre più gente, delusa o annoiata dal sistema di valori occidentale, partisse per l’India alla ricerca di se stesso.

Che poi non ho mai capito come fai a ritrovarti tra le cacche di vacca a Varanasi se ti sei perso in macchina sulla Casilina.

cultura indiana jodhpur vacche sacre

cultura indiana chittorgarh tempioGià, la cacca. Una delle prerogative di questo popolo è il rapporto con gli escrementi e i rifiuti, i primi presenti in ogni dove e prodotti soprattutto dalle vacche che dei secondi si nutrono. Un ciclo continuo senza soluzione di continuità. Nella cultura indiana, almeno questa è l’impressione che ho avuto, è che le cose sacre sono vissute nel senso vero del termine: i templi, dai quali vanno lasciate fuori le scarpe, sono pieni di guano di piccione ed escrementi di topi. Spesso qualcuno ci dorme dentro, mentre altri ricevono offerte elargendo benedizioni. Vicino a Bikaner c’è un tempio infestato da ratti sacri ai quali i pellegrini portano di continuo latte e cibo: un ottimo sistema per concentrare il veicolo della peste fuori città. Da quelle parti c’è anche un tempio consacrato a una motocicletta. In India c’è un Dio per tutto e tutti possono avere un Dio su misura. Mi dicono che il pantheon dell’induismo conta ottanta milioni di divinità. E mi sembra ragionevole, vista la sovrappopolazione. Di certo l’animale sacro per eccellenza è la mucca, sul cui dorso le anime attraversano un fiume infestato da coccodrilli per raggiungere i corpi che abiteranno dopo la reincarnazione. Una favola che per millenni è servita a evitare che si andasse incontro a pestilenze macellando animali di mezza tonnellata, le cui carni sono oggettivamente difficili da conservare in questi climi.

Cultura Indiana. Le Caste contano

C’è chi ci campa, con gli escrementi dei bovini, impastandoli con la paglia e facendoli essiccare per ricavarci pagnotte di combustibile. Lo fanno nei villaggi serviti da strade secondarie nelle zone umide, dove si guida facendo lo slalom tra vacche, bufali, camion e cammelli. La gente vive con il minimo dentro capanne col tetto in paglia e i muri talvolta in fango essiccato. Dopo aver visto questi posti non stupisce che in molti preferiscano la schiavitù per poche rupie nelle fabbriche dove si producono i nostri costosissimi beni di cultura indiana chittorgarh paria intoccabiliconsumo: sembrerà assurdo, ma in questo paese è una via per il riscatto sociale. Nei villaggi del Rajasthan e dell’Uttar Pradesh (gli stati da noi attraversati) vive ancora una visione della società alquanto arcaica legata alla divisione per Caste e ancora, nonostante la costituzione post indipendenza lo vieti categoricamente, è sano e lecito accanirsi contro i Paria, gli Intoccabili, detti così perché bisogna correre a purificarsi in caso di qualsivoglia contatto con uno di loro,destinati dall’ ordinamento sociale dell’Induismo a ricoprire i lavori più umili e spesso degradanti. Tutto il mondo continua a indignarsi per la condizione della donna nell’Islam, ma stranamente a nessuno interessa delle ragazzine date via per una mucca, degli stupri selvaggi o delle donne che fanno lavori da uomo senza altre possibilità, il più delle volte appartenenti proprio alla casta degli Intoccabili, quella che si occupa dei lavori più umili come la pulizia delle strade. Come ogni religione, anche l’Induismo ha lo scopo pratico di mettere in riga una società di esseri umani dando prescrizioni sul modo di vivere e di comportarsi per evitare bordelli tra gli stessi.

Le Caste: ordine e disciplina della cultura indiana.

cultura indiana pushkar shivaismo

“Adora Shiva, compà. Riceverai tutto”

Il sistema delle Caste, su cui si basa la cultura indiana, è perfetto per questo scopo. Semplificando parecchio, non c’è possibilità di fare altro nella vita che non quello che tuo padre faceva. I matrimoni tra elementi di caste diverse sono vietati, così come quelli con i musulmani e gli appartenenti ad altre religioni. Le caste sono un ordine gerarchico della società al cui livello più alto ci sono naturalmente i Bramani, ovvero i sacerdoti e gli iniziati ai testi sacri.Seguono monarchi e militari e subito dopo mercanti e cultura indiana varanasi abluzioni gangechi possiede la terra. La quarta e ultima Casta è quella di chi serve le altre tre. Attenzione però: appartenere a una casta più alta non comporta necessariamente maggiore ricchezza o potere. Ci sono Bramani che dormono per strada e vivono di elemosina come ce ne sono di ricchissimi, così come era di famiglia facoltosa, anche se Paria, il tipo delle pompe funebri (chiamiamole così per comodità) che a Varanasi ci ha spiegato il rito della cremazione. Un ricco Bramano è quello che a Pushkar ha un mega ingrosso di tessuti, dal quale abbiamo comprato due provvidenziali scialli di lana che stiamo usando ogni giorno. Ricco e stronzo, perché non contento di aver venduto i pezzi portando due clienti di soppiatto, ci ha anche spiegato che tutti i negozietti del posto mettono etichette tipo Kashmir o Pashmina sui capi, a suo dire, da lui prodotti. Vero o falso che sia ha comunque fatto affari infamando tutti i suoi colleghi. Alla domanda sul perché lo faccia, rispose che un Bramano deve sempre dire la verità per avere una buona vita. Della sottocasta intermedia dei musicisti (“E’ un dono divino: non l’abbiamo studiato ma nasciamo con la musica dentro”), era il tipo della guest house al quale abbiamo chiesto lumi in materia. A suo avviso cambierà tutto nel giro di una decina d’anni: alle nuove generazioni non fotte niente di rispettare questo sistema e se vogliono una donna se la prendono e basta.

cultura indiana pushkar bramano

Nel frattempo tutti fanno il lavoro che vogliono, anzi il business, parola che loro ripetono in continuazione quando ti chiedono quale sia la tua attività. Nella sostanza le caste non identificano tanto uno status materiale quanto gli adempimenti religiosi che i suoi membri devono onorare. Di fatto sono delle posizioni sociali che possono dare maggiori o minori possibilità.

Di sicuro chi abusa del proprio mandato sono i Bramani che assaltano i turisti sulle sponde del lago sacro, sempre a Pushkar, intortandoli con la storia dell‘offerta al Dio per la benedizione un tanto al chilo della propria famiglia. Io ho sparigliato dicendo che siamo in quindici e vorrei cent’anni di serenità per tutti loro, Peppina ha categoricamente detto che se trattasi di offerta, allora è libera e quindi tieniti ‘ste due rupie e non rompere il cazzo. Per inciso la loro tariffa sarebbe di 500 rupie per familiare per ogni giorno di felicità. Col secondo di questi soggetti, sull’altra sponda del lago, ci abbiamo proprio litigato, urlando a voce alta che la Fede non ha prezzo, mentre lui assurdamente ripeteva “Perchè parlate di soldi? Io sono solo un povero Bramano!” L’ho mandato definitivamente affanculo quando ha cominciato a dire che la scuola (privata) di suo figlio costa ventimila rupie al mese: un abisso per questo paese. Tutto è in vendita, tranne la carne di mucca. Le uova, bandite dalla città sacra dei Bramani, si trovano di nascosto, così come la birra, servita nelle tazze da tè dopo aver chiesto uno special tea.

Tutto è in vendita, anche il nonno che brucia sulla pira funebre.

A Varanasi per un attimo ho pensato di riuscire a capirci qualcosa.

cultura indiana varanasi ghat

Abbiamo trovato la città avvolta da una nebbia che dava a tutte le cose un’aria sospesa. Tutto era impregnato dall’umidità e la foschia diventava tutt’uno col grigio fetido del Gange, la Madre Ganga. Tutti vorrebbero essere cremati in questa città e avere le proprie ceneri sparse nel fiume perché solo qui si interrompe il ciclo delle rinascite. E questa cosa mi ha fatto pensare che agli indiani la vita non piace, altrimenti desidererebbero viverne ancora, magari facendo meglio di prima invece di vivere senza un senso come molti mi hanno dato l’impressione di fare.
cultura indiana varanasi gangeIl rito della cremazione, come dicevo prima, ci viene spiegato dal Tipo la cui famiglia, da sette generazioni a suo dire, si occupa di queste cose. Si avvicina appena ci vede maneggiare le fotocamere dicendo che è vietato fotografare o riprendere, aggiungendo però che con un offerta ai senzatetto, da consegnare a lui personalmente, qualcosa si può fare. Siamo alla fine dei nostri giorni indiani e abbiamo capito come funziona, per cui stiamo al gioco: ci dice che qualcuno paga anche cinquemila rupie e quando gli dico che non possiamo offrire tanto, lui risponde “No problem, give as you can give!”Lo dice con il labbro inferiore disgustosamente sporgente e pieno di saliva, marroncina per il tabacco da masticare che si ostina a non sputare. Capire le sue parole è difficile quanto evitare le gocce di sputazza che sistematicamente partono sulle consonanti, specie quelle dure.

cultura indiana varanasi paria cremazioneCi spiega che la salma viene rapata a zero e avvolta in un lenzuolo funebre per essere portata in processione fino al luogo della cremazione. Lì la famiglia del Crematore ha già approntato il letto di ceppi su cui deporre il feretro, che poi viene ulteriormente coperto da una catasta di legna. Vengono usate diverse essenze il cui costo varia a seconda del calore sviluppato: mediamente un chilo costa 350 rupie e un corpo arde in tre ore. Un funerale con la legna costa mediamente 6000 rupie ed è il funerale di lusso che tutti vorrebbero avere. Chi non ha un soldo viene cremato nei forni elettrici, una lugubre torre in cemento armato che domina lo skyline del ghat dove ci troviamo. Il Tipo ci porta a vederlo, facendoci salire su per la lunga rampa dove due salme sono in attesa di essere cremate, accompagnate da una lunga coda di parenti. Noi vorremmo evitare, imbarazzati per il rispetto a un momento così doloroso, ma lui e un suo collega (e qualcuno dei parenti) ci continuano a ripetere “no problem” sbattendoci in faccia l’antipoesia di due forni elettrici e una scrivania occupata da un burocrate che scribacchia i dati di chi non cammina più su questa terra. Qui la cremazione costa 200 rupie: un quinto di una stanza d’albergo.

Sulla riva stanno coprendo .una salma con la legna: si tratta di un giovane Bramano, morto in un incidente stradale. Uno dei familiari più stretti cosparge la legna di incensi ed essenze profumate che, al di là della poesia e dei simbolismi, servono a coprire l’odore di carne arrostita. A ridosso di ogni ghat adibito alla cremazione c’è un tempio dove arde una fiamma con la quale il familiare di prima accende un piccolo mazzo di paglia tenuto con entrambe le mani. Fatto questo compie cinque giri intorno alla pira, scuotendo la paglia infuocata in modo da lasciare cerchi di fumo mentre pronuncia delle orazioni. I giri sono uno per ogni elemento: Acqua, Fuoco, Terra, Aria e Cielo. Proviamo a scattare foto nella luce che diminuisce sempre più, attenti a non farci sgamare dai familiari, vergognandoci di quanto stiamo facendo. Sembriamo però gli unici ad avere rispetto per la situazione: i familiari del defunto scattano foto al cadavere guardandosele negli smartphone. Intorno alla salma una capra mangia un pezzo del drappo funebre, mentre un cane piscia a pochi centimetri tra la munnezza sparsa qua e là. Nel lago, a pochi metri, turisti scattano foto a raffica dalle barche: il loro pizzo fotografico l’hanno pagato ai barcaroli. Il Tipo prova a farci vedere stupidi video di Youtube e le foto dei figli. Fino a quando non si rompe le palle, dicendoci che al Manikarnika Ghat lo spettacolo è ancora più interessante: è arrivato il momento dell’offerta.

Gli porgo cento rupie e inizia lo show. Con la bocca ormai straripante di saliva, ci ripete che i turisti pagano anche cinquemila rupie per una foto e che per i documentari vengono sborsate cifre più grosse, alla qual cosa rispondo che non siamo né la BBC né ricchi turisti ma viaggiatori che vogliono capire qualcosa della loro cultura. Lui incalza, con gli occhi nervosi e il labbro inferiore a mo’ di tazza da cui partono proiettili di sputazza, dicendo che il suo lavoro di due ore di spiegazione e l’agevolazione per le foto hanno un prezzo. Inizio ad alzare la voce dicendogli che non di prezzo si era parlato ma di offerta, libera per definizione in base alle proprie possibilità, aggiungendo che il suo lavoro è di bruciare i morti e non fare la guida. La questione era diventata di principio: lui trattava me da pezzente dicendomi tieniti i tuoi soldi e vai via, io lo trattavo da avido imbroglione dicendogli che la diffusione della propria cultura si fa senza prezzo, del quale comunque devi annunciare prima l’entità. Naturalmente alla fine i soldi li ha presi e noi ce ne siamo andati mandandoci sottovoce affanculo a vicenda ognuno nel proprio idioma.

cultura indiana varanasi lumini

E’ ormai calata la sera e i sacerdoti, a ogni ghat, si cimentano nella cerimonia quotidiana di saluto alla Madre Ganga, mentre bambini vendono lumini galleggianti da affidare alla corrente del fiume: più lontano andrà il lumino, più i desideri si avvereranno. Una signora riempie un bidoncino con l’acqua sacra mentre il nostro lumino si arena contro la riva piena di barche, insieme a tutti gli altri. Stasera i sogni non vanno lontano.

Sul Dashaswamedh Ghat, il più grande, va in scena come ogni sera il saluto al fiume in pompa magna, con tanti sacerdoti, luci da palco e impianto di filodiffusione: uno spettacolo a uso e consumo dei turisti che qui si affollano.

cultura indiana varanasi cerimonia dashaswamedh ghat

Il giorno dopo la nebbia è sparita e sotto la luce viva del sole tutto ha un altro aspetto. La città della morte serena sembra oggi quella della vita luminosa. Optiamo per un giro in barca e il simpatico barcarolo ci racconta di lui, dei suoi lavori spaccaschiena e di come riesca a evitare il pizzo da dare alla polizia dormendo sull’altra sponda del fiume, nella barca del suo boss. Alla sera faremo visita alle pire del ghat più grande e di nuovo un sedicente studente cercherà di appiopparci la sua lezione, uguale a quelle degli altri, sulle cremazioni. Ne arriverà un altro che alle spalle del primo ci dirà di non prestargli ascolto. Stavolta ci diranno che per espiare all’offesa di una foto dovremmo fare un offerta all’istituto per i moribondi, per poi ricevere benedizione e permesso di fare foto. Al costo di un chilo di legna da ardere. In India tutto è in vendita. Anche i moribondi.

Decisamente tutto ciò che è sacro è fonte di guadagno subdolo per gente che non ha niente, neppure la dignità. La cultura indiana nega se stessa e i suoi valori nel momento in cui li vende al miglior offerente, abbassando il prezzo dopo una squallida trattativa.

Decisamente tutto ciò che è sacro va vissuto fino alla fine. Su questo corso d’acqua si nasce e si muore. Ci si lavano i panni, le bestie e gli uomini, che mandano giù qualche sorso per purificarsi. Ci si affidano sogni e speranze, si prega un Dio d’acqua cercando di arrabattare due soldi in più per un pasto, un giorno dopo l’altro fino alla fine del proprio tempo. Senza cercare di fare meglio, ché tra caste, divinità e karma tutto è già scritto.

L’importante è morire a Varanasi. Per non vivere ancora un’altra vita come questa.

cultura indiana varanasi cremazione gange manikarnika ghat

 

Comments

comments