Siirt, la via che porta al Bazar

Questo pomeriggio abbiamo raggiunto il Kurdistan in moto.

Il PC dice che sono le 2.17 ora turca del 26 settembre. Peppina dorme, sfiancata da una giornata diventata sempre più difficile e da quel fenomeno che distingue mensilmente le donne dagli uomini. Ho appena mandato una bozza a Motociclismo per l’articolo di novembre e spero vada bene, visti i mille cazzi che ci sarebbero da raccontare, si accavallano in testa dalla mattina alla sera e che in questi momenti sarebbe sano affidare a una memoria digitale che, seppur labile, è sempre più affidabile della mia. Dovrei scrivere di Istanbul, del cazzeggio sulla costa del Mar Nero, di Safranbolu e della Cappadocia. Ci sarebbe da scrivere della scalata al versante est del Monte Nemrut e della relativa discesa, dopo la quale il Tragedy Tornant della Tendata me la può solo sucare forte. Dovrei scrivere del fatto che in un mese la ruota posteriore è stata smontata 4 volte: una per i raggi e camera d’aria, due per il cuscinetto destro, una per la foratura di oggi pomeriggio.

E sì… la camera d’aria nuova, montata insieme alla gomma a Istanbul ha beccato un chiodazzo ma mi ha dato il tempo di chiedere aiuto a dei pischelli in motoretta e di farci accompagnare da un gommista a lato di una stazione di servizio. Un altro scambio epocale di battute in calabro-turco, condito di smadonnamenti per l’apparente incapacità del giovane garzone di operare su una ruota come la mia: nessuno lì in mezzo l’aveva mai visto un 130/80 17” semitassellato. Ho dovuto suggerirgli io di usare la macchina apposita per tirare la gomma fuori dal cerchio, mentre cercava di fare il lavoro con la leva smontagomme grande, quella per le auto. Mi ha chiesto 10 lire e poi altre 10 quando i pischelli, che ci hanno indicato il prezzo giusto, sono andati via. Alla fine glieli ho dati, non tanto per la scusa che ha accampato del patròn che ne voleva di più, quanto per il fatto che le madonne che ha calato per fare il lavoro valgono almeno 10 euro. Gommista perplesso Dovevamo arrivare a Sirnak, quasi al confine iracheno, ma la gomma forata ci ha fermati per più di due ore. Ci siamo fermati a Siirt, a 100 km dalla meta, per il buio pesto che è calato e perché più di una persona ci ha sconsigliato di fare quella strada di notte. Il più esplicito è stato un signore munito di Mercedes alla stazione di servizio di Siirt, dove ci siamo fermati per mettere nello stomaco qualcosa di dolce. Alla terza volta che gli chiedevo il perchè non andasse bene fare quella strada di notte mi ha risposto che tra quelle montagne PKK ed esercito si sparano a vicenda quando il sole cala, meglio andarci di giorno. Mi chiede stupito cosa andiamo a farci a Sirnak: -“Abbiamo un’amica” -”Ed è italiana quest’amica?” -”No, americana” -”Americana? E che lavoro fa un’americana a Sirnak?” -”E’ una giornalista. Ed è anche una tour operator: fa arrivare turisti che poi vanno sull’Ararat guidati dai kurdi di Dogubayazit.”

Gli dico che tre anni fa attraversai il Kurdistan in moto

visitando Dyarbakir, Tatvan e Dogubayazit e che allora quella regione mi era sembrata popolata da gente tranquilla: si è messo a ridere, ripetendo la parola Kurdistan. Gli chiedo per tre volte perchè abbia riso a quella parola, la prima pensando di aver beccato l’unico turco in terra kurda. Invece no, è kurdo e ci guardiamo fisso negli occhi mentre un sorriso malizioso si allarga nel volto di entrambi. Ho capito: mi devo fare i cazzi miei. Peppina nota alcuni segni sul suo braccio, come se gli avessero asportato dei pezzi. Ci salutiamo scherzando sul suo inglese zoppicante, mentre un altro figurante arriva sulla scena, stavolta quarantenne padre di famiglia, che a gesti ci dice anche lui di dormire a Siirt e andare a Sirnak l’indomani. Ok: tre su tre è maggioranza assoluta.

L’amico ci accompagna a un hotel in centro, scalcinato quanto basta per pagare 50 lire per entrambi. Quì, mentre Peppina vede la stanza e contratta col giovane gestore, il tipo mi chiede se siamo sposati. Gli dico di sì, mostrando la fede in finto argento all’anulare sinistro. Sono già due giorni, da quando abbiamo lasciato la Cappadocia, che ci fanno questa domanda ogniqualvolta si tratta di stanze d’albergo: alla faccia della Turchia laica e di chi crede a questa favola. Uomini al bar in Siirt A Sirnak ci andiamo domani per una strada che, a detta di Amy, è uno spettacolo paesaggistico. Ormai da giorni stiamo attraversando scenari mozzafiato come solo il sud della Turchia sa regalare: terra brulla e arsa dal sole inframezzata da squarci di verde ovunque ci sia un corso d’acqua. E da ieri, in Anatolia centrale, abbiamo iniziato a vedere uomini vestiti in modo tradizionale, con quei pantaloni stretti sotto il polpaccio e il cavallo fin quasi alle ginocchia. E’ singolare che la posa tipica di chi veste così prevede di camminare con le braccia dietro la schiena, leggermente piegati in avanti. Le donne hanno abiti più colorati, sebbene più stretti e castigati, con degli spolverini stretti in vita da cui sbucano gonne fino alle caviglie. La polizia va in giro con mezzi blindati e i posti di blocco, da Diyarbakir in poi, prevedono la perquisizione del mezzo.

Queste scene le ho già viste tre anni fa ma l’aria oggi è diversa. O era una zona tranquilla del Kurdistan o erano altri tempi. Delle due l’una o tutt’e due. Di certo la zona del Lago di Van è quella più lontana dall’attuale conflitto in Iraq e vive di turismo. E tre anni fa la questione siriana era appena iniziata, non erano ancora arrivate le centinaia di migliaia di profughi che insieme agli Yazidi degli ultimi mesi stanno pressando questo lato dei confini turchi. Tre anni fa nessun governo occidentale aveva, neanche lontanamente, in programma di armare il popolo kurdo, mentre ora si parla di loro come l’unica possibilità di fermare il nemico integralista (peraltro armato fino ai denti dallo stesso occidente, come al solito), di fatto alimentando il senso di potenza di questa gente, da decenni vessata da un governo fortemente identitario come quello turco. Armare i Kurdi Iracheni, a mio avviso, è il primo passo per il prossimo conflitto alle porte dell’Europa.
E mica penserete che lasceranno indifesi i cugini turchi, siriani e iraniani?

Sì, l’aria è pesante ma non è questo a darmi pensieri. Attaccare bottone a Siirt
Mi da apprensione il fatto che Peppina, nel suo voler essere leggera, sia poco informata su storia, usi e costumi dei posti che stiamo per attraversare. Ma il suo approccio è diverso dal mio: preferisce vivere le cose di persona piuttosto che studiarle. Questa cosa non mi fa sentire tranquillo nelle decisioni, essendo io quello più informato dei fatti e dei possibili rischi. Stasera ho provato a dare un’occhiata a Repubblica e altre testate anche internazionali. Ho lasciato subito perdere: non mi interessano le voci di corridoio di scribacchini che rimescolano le notizie che arrivano dall’ANSA o dalla Reuter.
Qui ho una fonte sul campo e si chiama Amy, giornalista e tour operator conosciuta nel 2011 a Dogubayazit. Amy ha sposato la causa kurda e scrive per il Kurdistan Tribune, lavorando a stretto contatto con gli autoctoni. Da quando è scoppiato il problema dell’ISIS con la relativa fuga degli Yazidi, è in prima linea sull’organizzazione degli aiuti nei campi profughi e nel raccontare la verità su quanto questi vengano dal popolo kurdo, piuttosto che dal governo turco. Ci porterà in un campo Yazida perché anche noi possiamo raccontare quella che secondo lei è la verità. Domani andiamo a Sirnak, quindi. Attraverseremo l’ennesima terra che dovrebbe essere benedetta dal Creatore e che invece è maledetta dagli uomini che ci vivono o ci vorrebbero vivere.

Non ho dubbi che, all’ingresso in Iran, mi sentirò molto meglio. Siirt, la via che porta al Bazar

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