no objection certificate caravan

no objection certificate quetta motoMe ne fotterei altamente della caserma, di chi ci vive e di chi deve lavorarci, ma oggi si va a fare il No Objection Certificate insieme agli altri sfigati del gruppo. I poliziotti ci sbattono letteralmente fuori, mentre la panza mi avvisa che qualcosa non mi ha fatto proprio bene . Giusto il tempo di mandar giù una pasticca di Imodium, caricare alla bell’e meglio la moto e siamo fuori dal cancello con la scorta e i tedeschi a due e quattro ruote già pronti. Che come minchia facciano proprio non lo so. La buona notizia è che la carovana dei pachidermi con turoperètor si è gia dileguata da ore. E di questo sono più che contento.

La sera prima avevo scoperto che oltre a quello di Florian e Kristine, ci sarebbe stato un altro camper di imbucati nella carovana. Sono Michael e sua moglie, con un nome da nibelunga che non ricordo, su un vecchio camion dei vigili del fuoco adattato a casa mobileno objection certificate balochistan camper. Bellissimo. Michael riesce ad ottenere di essere portati prima in albergo e poi all’ufficio competente. E meno male perchè la sera prima, mentre proponeva di fare ciò, in modo poco gentile gli avevo detto che la polizia non è un tour operator che ti scarrozza a tuo piacimento nè un servizio taxi. In realtà mi sbagliavo di grosso: ci portano al Bloom Star Hotel e gentilmente ci lasciano il tempo di darci una sistemata, dandoci appuntamento due ore dopo per scortarci all’ufficio. Il Bloom Star è un posto davvero surreale: dall’interno l’unica cosa che lasci intendere il caos della città circostante è la guardia armata all’ingresso, che si premura di ricordare che senza scorta non si esce a chiunque si avvicini al cancello. Il giardino intorno al quale si sviluppa l’edificio è quieto e mette voglia di fermarsi per giorni per dedicarsi al nulla cosmico. Ho giusto il tempo di un riposino, ma crollo in un sonno profondo agitato da visioni confuse, interrotto da Peppina che mi sveglia quando alla reception la polizia comunica il suo arrivo entro dieci minuti. Si decide di andare i soli uomini , e la mia signora ha per questo un moto di stizza del quale decido di fottermene, visto che sono in calo di caffeina e non riesco a comporre uno straccio di pensiero che abbia senso.

No Objection Certificate. L’ultimo documento per il Pakistan

Ci vengono a prendere in pick up. Due stanno davanti, due dietro. Ci portano sul loro mezzo in modo da evitare lo sbattimento di una colonna di veicoli. Ci aspettano mentre andiamo a compilare il modulo, passaporti alla mano. Io ancora non riesco a proferire parola, ma non è un problema. Florian è il più attivo di tutti, quello che parla con i funzionari, spiega la situazione, riferisce a noi. Pone le questioni sempre in forma di domanda, ma siamo sempre d’accordo con le sue proposte. E’ davvero gentile e sveglio, così perfetto da starmi quasi sulle palle: di tanto in tanto provo un moto di fastidio davanti alla sua capacità schizofrenica di stare a metà tra il fricchettone in giro per il mondo e il padre di famiglia assennato, quello che rifiuta di vivere in un appartamento in Germania per andare a vivere nel posto esotico, ma mantiene il suo contatto col mondo del capitale attraverso il suo lavoro di broker finanziario, che può svolgere da qualsiasi parte del mondo. Guardo lui e guardo me, che questa mediazione non sono riuscito ad attuarla. E mi da fastidio. Ciononostante provo per lui una stima sconfinata.

Il No Objection Certificate altro non è che un documento sul quale c’è scritto che la polizia non ha nessuna obiezione a farti uscire o entrare in una qualunque area dello stato. Una formalità, gratuita, che prende un giorno di sosta. Ci dicono di tornare nel pomeriggio. Risaliti sul pick up chiediamo dove sia possibile acquistare qualcosa da mangiare. E la scorta ci accompagna per i nostri giri tra banchetti di frutta, circondandoci quando contrattiamo i prezzi di banane e datteri, addirittura accompagnandoci alle botteghe intorno all’hotel. Non ci mollano un minuto, non è previsto per i turisti di girare per la città non accompagnati.

Il più sveglio e giovane di tutti si fa chiamare Lucky. Lo avevo già notato la sera prima per la lucidità con la quale si muoveva e per come agiva sicuro di se e delle cose da fare, con gli occhi che guizzavano continuamente in direzioni diverse. Anche oggi porta il foulard d’ordinanza, simile alla Kefiah, avvolto sulla testa, un vezzo che, insieme agli abiti neri, gli conferisce un’aria piratesca. È davvero un figaccione e se la ride di gusto, sapendo che è vero, quando gli dico che pare un soggetto hollywoodiano. Si propone di procurarci qualunque cosa ci serva, alcol e hashish compresi: in quanto poliziotto ha possibilità negate al resto dei cittadini. Ringrazio anche lui per come svolge il suo lavoro e, anche a lui, porgo le mie scuse per il fastidio che procuriamo con la nostra presenza. Mi risponde di non preoccuparmi, ché con i turisti è uno spasso. Il vero lavoro è con i pakistani e con i terroristi.

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Anche lui risponde “Taliban!” quando gli chiedo chi siano i loro nemici, aggiungendo poi mullah oltranzisti, profughi afghani, beluci: tutti quelli che hanno un sospeso con l’identità del Pakistan sono agguerriti e attaccano chi, per campare, rappresenta lo stato. L’attentato di settembre aveva come obiettivo il convoglio militare che transitava per il bazar. Vittime civili non ce ne sono state e questo ne ha fatto un’azione perfetta dal punto di vista strategico, prima che tattico: dimostrare la potenza contro l’istituzione e il rispetto per la gente allo scopo di avere sempre più consenso. Dalle sue parole appare chiaro il suo riferimento all’etnia Pashtun, prima ancora delle tribù del Balochistan, come responsabili dei loro problemi. Sono loro i maggiori sostenitori della corrente sunnita che tutto il mondo conosce come Al Qaida,considerati dal resto del mondo islamico come falsi musulmani, già solo per il semplice fatto di mietere vittime tra correligionari. Lucky precisa di essere indiano, non pakistano, e questo spiega la sua disinvoltura nel raccontarmi il suo punto di vista sulle questioni del paese di cui porta la bandiera sulla divisa.

Parliamo di queste cose mentre gli altri non sembrano pensare a niente che non sia lo stupore per il circo che abbiamo davanti: Hubert continua a mettere in posa l’altra guardia armata, Tino chiacchiera con Michael di questioni germaniche mentre Florian sta in cabina vicino al guidatore. Probabilmente sono l’unico a rendersi conto, in quel momento, che il vero pericolo è stare su un mezzo della polizia. Ma la cosa non mi turba minimamente vista l’aria che si respira e piano piano mi rassegno anch’io alla realtà del servizio taxi armato.

Il No Objection Certificate ce l’abbiamo. Possiamo lasciare Quetta e le sue magagne.

La giornata passerà tranquilla. Ricevuto il documento ci dedichiamo alla manutenzione ordinaria dei veicoli, rilassandoci tra un caffè e un’oliata alla catena intartarata dalla sabbia, mentre fumiamo con crescente preoccupazione i pacchetti di Bahman, le ottime sigarette iraniane, che vediamo diminuire rapidamente.

Saranno altri due giorni di scorte serrate, il primo attraverso il Balochistan, l’altro lungo parte del Sindh e verso il cuore del Punjab. La Matrjoskaravan intermedia, quella con tre moto e due camper pare funzionare bene, ma Michael guida come un pazzo e non guarda negli specchietti: un paio di volte mi taglia la strada in modo decisamente stronzo mentre cerco di sorpassare dei camion lentissimi. Provo a dirglielo ma lui se ne fotte, per cui decido di stargli lontano. Quella davvero fastidiosa è però la Nibelunga: non scenderà mai una volta dal fottutissimo camper se non per la pausa pranzo. Ci saremo fermati una decina di volte al giorno a chiacchierare con la polizia, cercando di metterci in contatto con la gente del posto. Lei ha sempre guardato tutto dall’alto del suo rosso trono anche nelle situazioni più spassose. L’unico momento in cui lei e suo marito sono stati davvero utili alla comunità è stato dopo il secondo o terzo posto di blocco. Peppina aveva iniziato a trascrivere tutti i nostri dati su foglietti da lasciare ai checkpoint. A Michael venne in mente di avere con se una stampante: Kristine ricopiò il tutto su tablet, Florian fece una foto e Michael iniziò a stamparne uno per ogni checkpoint. Però su carta fotografica, ché solo quella aveva. Uno spreco assurdo, ché una risma di A4 te la puoi pure portare. Sei in camper, mica in moto.

Entrati nel Sindh abbiamo la vera botta Pakistana, che immaginiamo essere l’anticipo dell’India. Centri abitati sorti a bordo strada, con donne colorate, vegetazione tropicale, cammelli e fumo di legna e monnezza ovunque, il cui odore si mescola a quello della sabbia che da tre giorni è una costante.La notte la passiamo a Saqqur, una città di merda invasa dal fumo e da un’ umanità caotica, nell’unico hotel dove la polizia ci ha portati direttamente, facendoci pagare la cifra spropositata di trentacinque euro in moneta locale prestataci dal sempre impeccabile Florian: pagando in euro il conto sarebbe stato di cinquanta. Di solito in queste situazioni sono io quello tranquillo. A ‘sto giro è finita che io davo del disonesto all’albergatore strafottente, mentre Peppina mi diceva di lasciar perdere.

Siamo due terroni incazzatisimi circondati da tedeschi per cultura ubbidienti: un gruppo di otto persone otto in un albergo vuoto sarebbe in grado di ottenere uno sconto della Madonna. Kristine invece ci dice soddisfatta dei cinque euro di sconto, quasi sorpresa della nostra lamentela.

La mia signora le risponde testualmente: “Eh, vabbuò: i’ e te simm’ divers’!”

L’ultimo giorno della Matrjoskaravan sarà quello che ci porterà in formazione molto dilatata fino a Multan. Le staffette continueranno serrate e scopriamo che ogni regione ha la sua polizia e il suo motto: lasciamo i Balochistan Levies per una polizia il cui motto è “Your best friend in Pakistan”. Abbiamo anche modo di vedere i diversi stili di essere poliziotti. Nel Sindh abbiamo visto un paio di cose che non ci sono piaciute: bastonate ai camion che non si spostano per farci largo, il guidatore di una motoretta costretto a fermarsi da uno sbirro stronzo con la scusa che ci stava importunando. Come se una motina da 70 cc potesse davvero raggiungere un 650 intenzionato a seminarla. La situazione stava precipitando quando è arrivato un superiore e io mi sono preso la questione, intervenendo a favore del tipo e accusando lo sbirro di abusare della sua divisa. Quest’ ultimo si è dovuto ritirare in buon ordine.

Eccheccazzo, sono o non sono un VIP?

L’ultima scorta ci accompagna per i rimanenti cinquanta chilometri dopo averci chiesto dove siamo diretti. Tutti diranno il nome di un hotel, io e Peppina diciamo di avere un amico in città. “Ma chi è, Iqbal Ghangla?” mi chiede il capo della scorta. Aveva ragione Ulas, il turco incontrato da Akbar dove tutto è iniziato: fu lui a suggerirmi di contattare Iqbal, che avevo tra i miei contatti feisbuk senza averci mai interagito più di tanto. “ Chiamalo, lui ospita tutti e ha buoni contatti con la polizia. Ti porteranno direttamente da lui!” E così è stato.

Alle porte della città lasciamo la strada principale e con un paio di manovre assurde ci infiliamo in una stradina di campagna che sbuca nella periferia polverosa e caciarona di Multan. La scorta si ferma e, dalla folla accalcata a guardare gli alieni, sbuca un uomo la cui carnagione scura fa splendere il lino bianchissimo di cui è fatto il suo abito tradizionale. Porta una ghirlanda di fiori profumata al collo e ne ha altre per noi: Muhammad Iqbal Ghangla, uno dei viaggiatori più noti e scassati di testa del Pakistan, che accoglie sempre così i suoi ospiti. Ci vengono offerte bibite ghiacciate e sembra di essere arrivati a a Fantasilandia. Di certo arriva il sollievo dopo le staffette serrate nell’afa del deserto. Iqbal, che dai miei messaggi sapeva dei problemi alle moto di Tino e Hubert,offre ospitalità anche a loro per il giorno dopo con la promessa, ben mantenuta, di portarli da un meccanico per le riparazioni.

Salutiamo Florian e Kristine abbracciandoci con affetto e sperando di incontrarci magari in India. Michael è freddo nel suo saluto, forse indispettito dal chiaro messaggio di Iqbal: “L’ospitalità è solo per i motociclisti!” La Nibelunga, inutile dirlo, non è scesa dal camper neanche per prendersi la ghirlanda, figuriamoci per salutare. S’a pigghiassi ‘nto culu idda e chiddu criminale d’u maritu.

La Matrjoskaravan finisce così, nel tripudio di ospitalità pacchiano e sincero della gente di Iqbal Ghangla.

Staremo lì quattro giorni, scortati da lui e dai suoi amici tra cene abbondanti, raffiche di foto e riparazioni varie. È la fine di una storia ma l’inizio di un’altra: qui Hubert e Tino decideranno di raggiungere conn noi il confine della Cina percorrendo la Karakorum Highway. Vivremo dei giorni fantastici tra la gente del nord del Pakistan e passeremo un paio di giorni in un villaggio Wakhi, una pacifica minoranza etnica divisa tra Cina, Afghanistan e Pakistan. Ma non ve ne parlerò qui. Su Motociclismo di gennaio 2015 troverete un profilo di Iqbal Ghangla redatto dal sottoscritto, oltre all’articolo, sempre dalla mia penna, sul raid verso il confine cinese insieme ai due teutonici bikers.

Finisco di scrivere questo report dei primi milletrecento chilometri di Pakistan a Bikaner, India, la sera del 13 dicembre 2014. In un’ altra terra e con altro stato d’animo rispetto al 28 ottobre, quando ho iniziato a mettere per iscritto tutto ciò.

Questi quattro articoli e il video “Escort to Escort” sono il nostro omaggio alle forze di polizia della Repubblica Islamica del Pakistan, con le quali abbiamo passato davvero tanto tempo: Con tanti di loro abbiamo riso e scherzato, in pochissimi sono stati antipatici. Le decine di checkpoint attraversati sono stati l’occasione per entrare in contatto con l’umanità variegata che circola sulle strade del Pakistan. Tutti mi hanno fatto capire un pezzo in più di questo paese infestato da pezzi di merda organizzati che loro combattono sistematicamente con convinzione.

E’ gente in guerra, sul serio, e i fatti di qualche giorno fa ne sono la conferma.

E’ gente in guerra e porta una divisa, ma mi ci sono divertito un botto.

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