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Questo post nasce da un idea di Paolo Ciapessoni. Vogliamo raccontarvi il nostro punto di vista sul concetto di ordine e lo facciamo ognuno a modo suo, pubblicando i nostri pensieri in contemporanea sui rispettivi blog. SuMotorraid Adventure Spirit troverete il pensiero di Paolo, da cui nascono le mie considerazioni sull’argomento. Ah, giusto! vi starete chiedendo di che stiamo parlando. Enduro? Gps? Avventure di viaggio?

Niet, tovarishi. Parliamo dell’ordine e del suo negativo, il disordine. Che a noi piace di più. E ci piace così tanto che abbiamo sentito il bisogno di motivarlo filosoficamente, se questo termine può essere adeguato a classificare tali pensieri.

Per cui iniziate con la lettura su Motorraid Adventure Spirit per sapere cosa pensa Paolo. E poi tornate qui.

Troppo bordello? E che vi aspettavate? questa è

Una apologia del Caos.

Un concetto relativamente recente che la fisica ha assunto per spiegare il grado di disordine dell’universo è l’entropia.

Per spiegare il concetto di entropia, Wikipedia riporta quest’esempio:

Si faccia cadere una gocciolina d’inchiostro in un bicchiere d’acqua: si osserva che, invece di restare una goccia più o meno separata dal resto dell’ambiente (che sarebbe uno stato completamente ordinato), l’inchiostro inizia a diffondere e, in un certo tempo, si ottiene una miscela uniforme (stato completamente disordinato). È esperienza comune che, mentre questo processo avviene spontaneamente, il processo inverso, separare l’acqua e l’inchiostro, richiede energia esterna.

andando avanti:

(un)postulato dell’entropia, afferma che in un sistema isolato l’entropia S del sistema non diminuisce mai e, durante un ordinario processo irreversibile, aumenta.

La frase che più ci interessa è però la seguente:

Assumendo che l’intero universo sia un  – ovvero un sistema per il quale è impossibile scambiare materia ed energia con l’esterno – il primo ed il secondo principio della termodinamica possono essere riassunti come segue:

l’energia totale dell’universo è costante e l’entropia totale è in continuo aumento, fino a raggiungere un equilibrio.

Tutto questo pippone di termodinamica (che non è cazzo nostro capire fino in fondo, nè mio spiegarvi come si deve) per dire che tutto intorno a noi lancia un messaggio chiaro e inequivocabile:

L’universo tende al Caos.

Se ne facciano una ragione i maniaci dell’ordine e delle cose sempre a posto. Come dice  il buon Paolo nel suo articolo, mettere ordine nelle cose è un atto che richiede un impiego di energia superiore alla naturale tendenza delle stesse a mescolarsi e perdersi nel caos dell’amalgama della materia. Puoi sforzarti quanto vuoi, ma alla fine un calzino andrà sempre a finire, spaiato e solitario,nel cassetto delle maglie.

E se questa cosa ti manda in bestia, allora la tua vita è destinata ad essere infelice. O quantomeno caratterizzata da una certa dose di fastidio costante. Perchè tua moglie lascerà sempre il tubetto del dentifricio aperto e ti spaccherà le palle perchè tu lasci le camicie sporche ai piedi del letto.

In effetti il concetto di ordine è quanto di più aleatorio e soggettivo esista tra le elucubrazione della mente umana. Ed è così a livello logico quanto politico. Lo era nell’ Unione Sovietica, oberata da una burocrazia astrusa fatta di protocolli e pizzini timbrati, lo è in uno studio di architettura dell’Italia della terza repubblica dove da anni cerchiamo di unificare i nomi dei layer, gli spessori e i colori delle penne per la rappresentazione tecnica dei progetti, scontrandoci in ogni lavoro con le personali opinioni di ognuno di noi riguardo al metodo di lavoro. In barba a secoli di codifica sulla rappresentazione grafica del mondo. La cosa apparentemente sorprendente è che alla fine i lavori vengono consegnati e ci fanno anche i complimenti.

Ha ragione Paolo: il mio ordine non è il tuo ordine. E tante volte il mio ordine è per te disordine.

E la cosa può avere anche risvolti interessanti. Per esempio in viaggio, cosa che ai lettori di queste pagine interessa molto più della termodinamica e dell’architettura.

Nell’estate del 2013 ero in viaggio con Alessandra, la mia compagna, in Romania. Con Vlad, Teodora e Alan campeggiammo a pochi km dal confine ucraino. La mattina, appena svegli, Alessandra decise di mettere in pratica la proposta che da qualche giorno aveva avanzato sulla distribuzione dei vestiti e dell’attrezzatura nelle valige. Il mio senso dell’ordine, col quale avevamo fatto i bagagli, prevede che ognuno abbia per se una valigia, mentre le sacche stagne si usano per l’attrezzatura da campeggio e la borsa da serbatoio per apparecchiature digitali, torce e antipioggia. E’ una logica che ha sempre funzionato, ma che implica il portarsi appresso le sacche stagne anche se si dorme in hotel. La qual cosa alla mia signora non andava proprio. Bene, quella mattina, persi nelle montagne intorno a Prislop, accarezzati da una fresca brezza che mitigava il sole d’agosto, la signora in questione si mise a ridistribuire le cose:in una valigia i panni “che non si usano”, nell’altra tenda, sacchi a pelo e materasso. Nelle sacche stagne i panni  “che si usano”. E’ una logica che può funzionare. E funziona. Tranne per il fatto che in una mattina ha distrutto il mio orgoglio di quarantenne autosufficente e autarchico, catapultandomi nel giro di un giorno nel vasto universo di quegli uomini disorientati dalle rispettive madri, che la mattina si svegliano chiedendo: “Amò, duva sù i mutandi?”. Umiliante, davvero.

Un ultima considerazione la vorrei fare sul fascino del disordine.

Qualche sera fa sono stato a cena da amici di amici, non sapendo che il padrone di casa fosse un ottimo fotografo. Raffaele è un reporter di quelli che piacciono a me, che va a mettere le mani su questioni come le donne Saharawi o i raccoglitori africani di pomodori in Puglia. Parlando del suo lavoro gli chiedo di farmi vedere qualcosa. Entriamo in una stanza zeppa di foto incorniciate, reduci da mostre e premi, accatastate a terra, sulle poltrone, protette da fogli in plastica. Lui sa esattamente dove si trovano, riconoscendole dal formato della cornice o ricordando i vari posti che hanno occupato nella stanza. Il panico scoppia quando non trova una foto, scattata a San Francisco, di un uomo che disinvoltamente cammina nudo con zainetto in spalla e occhiali da sole. Esposta, premiata, portata a casa, appesa su una parete, conservata in mezzo alle altre di street photography, spostata tra le donne Saharawi… e poi? Boh?

Tutta la scena non ha fatto che accrescere il fascino verso una mente sensibile nella comprensione del mondo, che ricorda ogni spostamento della sua produzione e tiene presente il valore della stessa: Non è l’oggetto foto in quanto foglio stampato a essere importante, ma il momento catturato. 

In fondo l’asetticità e l’ordine sono di casa in un laboratorio scientifico, non nella bottega dell’artista.

Vabbò…. ho parlato tanto e s’è fatto tardi. E’ ora di uscire.

Sempre se trovo le chiavi della moto.

Sapete, oggi ho messo ordine in casa.

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