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Casa di Amy sta in una viuzza dietro la piazza centrale, quella con la statua di Ataturk sorvegliata notte e giorno. Al settimo piano di un edificio senza ascensore c’è una terrazza con annessa casupola in stile monolocale, con l’ingresso realizzato in lamiera e poi verniciato. Posta al centro di questa città di sessantamila anime, la piccola terrazza consente di cogliere al volo la struttura di Sirnak, costruita sul fianco relativamente poco pendente di una montagna e dominata dall’immancabile base militare, da cui svetta fiera l’altrettanto immancabile bandiera turca, di notte ben illuminata. Yazidi-Sirnak-vista-citta A valle, tra la città e le montagne antistanti, nella pianura sono poste le attività produttive. In mezzo svettano i minareti di un paio di moschee, quasi a voler ricordare in quale parte del mondo ci si trovi a spiare sui tetti degli altri edifici, più bassi, dove le donne mettono i tappeti ad asciugare dopo l’ultimo lavaggio prima del grande freddo, ormai alle porte. Yazidi-sirnak-terrazzeDalla terrazza si accede, con una cigolante porta di ferro, al monolocale: una stanza, cucina e bagno. Non ci sono fornelli ma il bagno ha due ambienti, di cui uno è una doccia di quasi quattro metri quadri. Il vaso non c’è, al suo posto un cesso alla turca. Doveva essere una sistemazione provvisoria, giusto un paio di mesi, per questa cinquantenne americana, apolide da ormai venticinque anni, da sette in Turchia. Amy è una tour operator: fa da tramite fra i trekker europei e americani e le guide curde che, da Dogubayazit, organizzano spedizioni sul monte Ararat. Due mesi per staccare la spina ed evitare distrazioni e per finire di scrivere le memorie sulla sua esperienza in questo paese. Innamorata del Kurdistan, la vasta regione del sud est turco, ha cominciato a scrivere sul Kurdistan Tribune, testata on line che si occupa dei diritti del Popolo Curdo. Passiamo a trovarla perché è sulla strada per l’Iran, oltre che per il piacere che ho di rincontrarla dopo tre anni. E anche per il prurito di capire di più cosa sta succedendo a ridosso delle montagne che si vedono dalla sua terrazza. Lì dietro, infatti, a poche centinaia di chilometri da qualche tempo è scoppiato un conflitto che sta facendo preoccupare il mondo intero. Da tre mesi a questa parte l’opinione pubblica mondiale ha scoperto due nuove parole: ISIS e Yazidi. Spiegare la prima senza cadere in un pippone para-complottistico è cosa difficile ma ci voglio provare lo stesso. Diciamo che lo Stato Islamico dell’Iraq e della Grande Siria è uno dei nomi dell’ultimo mostro creato dal foraggio occidentale per i propri interessi, poi sfuggito al controllo come da copione. Nella fattispecie questo gruppo armato, da poco proclamato Califfato dal leader Abu Bakr Al-Baghdadi, si è distinto nel conflitto siriano tuttora in corso per l’efferatezza delle operazioni, iniziando a combattere una guerra di conquista tutta sua contro le altre fazioni alleate. Il territorio rivendicato, almeno nelle intenzioni , copre tutto il nord Africa, il Medio Oriente, i Balcani e parte della Spagna. Di fatto, al momento, controlla la Siria Orientale e l’Iraq Nord Occidentale, quest’ultimo preso con metodi alquanto spietati condannati dalla stessa Al-Qaeda per la violenza usata sui civili. Ufficialmente è una riscossa della maggioranza sunnita, intenzionata a riprendersi il potere dopo che la minoranza sciita nel paese ha governato senza dargli spazio. Tutto questo fa sì che i media occidentali parlino di milizie sunnite, dando spazio a equivoci e fraintendimenti di cui, in questo periodo storico, non si sente di certo il bisogno. Per le differenze tra la due principali correnti dell’Islam, fate voi una ricerca o usate i link qui nel testo. Io passo alla seconda parola, che è Yazidi.

Gli Yazidi. Gli ultimi a resistere all’ Islam

Yazidi-famigliaGli Yazidi sono una minoranza religiosa (non etnica) insediata da secoli nel nord ovest dell’Iraq, a ridosso del confine Turco e Siriano, insomma in pieno Kurdistan Iracheno. La loro religione, lo yazidismo, risale a quattromila anni fa ed è sostanzialmente un calderone di tutti i culti passati da quelle parti, dal mitraismo allo zoroastrismo, con influssi di islam e cristianesimo. Dal punto di vista etnico e linguistico gli Yazidi sono Curdi. Di più: sono quel ristretto gruppo di Curdi che hanno mantenuto il loro culto e tradizioni originari anche dopo l’espansione islamica, resistendo a Ottomani, Arabi e Mongoli. Una piccola comunità, l’ultimo nucleo di Curdi a opporsi alla definitiva conversione all’Islam, anche a prezzo di rifiutare i matrimoni interreligiosi e di praticare la liturgia lontano dallo sguardo dei profani. Vittime di un pregiudizio diffuso nell’Islam Sunnita, dovuto a un’interpretazione erronea di un verso del loro libro sacro, che li dipinge come Adoratori del Diavolo. Quattromila anni di storia cancellati definitivamente tra luglio e agosto del 2014 dall’avanzata dell’ISIS, nel frattempo ribattezzato (da se stesso o dalla stampa non l’ho capito) IS, semplicemente Stato Islamico. Altra inutile benzina sul fuoco. Quest’estate sono passate diverse immagini in tv: giornalisti decapitati, villaggi in fuga, foto di donne rapite, identikit di occidentali modello arruolati nelle fila del fondamentalismo islamico. Su molte cose ho dubbi per vari motivi che qui non spiego, ma posso assicurare che, per le immagini di gente arroccata senza acqua né cibo sulle montagne di Sinjar ci metto la mano sul fuoco.

Siamo andati a trovare alcune famiglie di Yazidi nel campo profughi di Sirnak, accompagnati da Amy, ormai ossessionata dal divulgare la loro storia e dal cercare aiuti politici per questa gente, ormai definitivamente, senza patria.

Il campo di Sirnak, una base militare turca abbandonata, è di tutto rispetto per l’organizzazione e la qualità dell’aiuto offerto. Aiuto vero ed effettivo che viene dalla comunità curda e non dal governo turco. Spiego rapidamente: la cosa pubblica è organizzata in modo che le Belediye, le municipalità, eleggano i rappresentanti locali che spendono i soldi erogati dal governo di Ankara e somministrati dai governatori delle province. In questa regione i sindaci sono Curdi, i governatori dell’ovest. Questo ha fatto sì che, anche per ragioni di boicottaggio politico, il governo non abbia erogato i fondi necessari, obbligando la comunità ad organizzarsi in autonomia per aiutare i “cugini” Curdi d’oltreconfine.

I Curdi di Turchia hanno da sempre avuto un’organizzazione di tipo socialista, un forte senso della comunità e un’identità orgogliosamente rivendicata, tanto da diventare una spina nel fianco della nazione fondata e ideata da Ataturk, personaggio odiato dalla comunità Curda in quanto fautore del tentativo di annullamento delle singole identità popolari in nome di uno stato unitario. Negli scorsi decenni le notizie che arrivavano da quella parte di mondo erano sempre collegate al PKK, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, il cui leader, Abdullah Ocalan, tuttora sconta l’ergastolo per terrorismo. Definiti terroristi per mezzo mondo, preferisco definire i suoi membri Partigiani per il modo in cui hanno condotto, e continuano a condurre, la lotta contro l’autoritarismo del governo turco. Quest’entità militare a tutti gli effetti è un’ istituzione parallela allo stato che trae il suo sostentamento dal controllo di quel territorio di confine, conosciuto dai suoi membri palmo a palmo. Sono stati loro, quelli del PKK, a organizzare la fuga oltreconfine dei profughi Yazidi con taxi, navette, asini e cavalli, obbligando i pochi tassisti che avevano preteso denaro a restituire l’intera somma versata dai fuggitivi. E sono loro a combattere frontalmente contro l’ISIS. Il PKK ha delle regole ferree e un codice d’onore da rispettare alla lettera, ispirato ai principi socialisti che caratterizzano il suo popolo. Lo straniero non si tocca ma si aiuta, così come si aiuta chi è in difficoltà: potete attraversare quel territorio in piena solitudine e riceverete solo appoggio e ospitalità incondizionati. La loro guerra è contro il governo, per cui i loro obiettivi sono militari e polizia. In quella terra di confine la guerra è anche e soprattutto una questione privata, per citare Beppe Fenoglio. Da quando è iniziato il conflitto, con la fuga di Yazidi e Curdi siriani, nessuno si sposa più, non si fanno feste. La comunità è in guerra, anche continuando a vivere una vita normale. Se il braccio armato combatte e aiuta nella fuga, la comunità aiuta fornendo gratis i propri servizi: che siano abiti usati, stoffe per gli abiti tradizionali, cibo, una connessione all’internet point, una navetta per raggiungere la città, pannolini. Se è per gli Yazidi, allora non si paga. Al Campo arriviamo nel primo pomeriggio insieme a Amy e a un paio di volontari che ci accompagnano in fuoristrada. Superato un deposito di carbone si raggiunge l’ex base militare sorvegliata da un paio di persone che ci stanno aspettando. Veniamo introdotti, io e Peppina, ai responsabili del Campo e a Farhan, un ragazzo che ci farà da interprete. Sediamo a terra su cuscini e tappeti, in una stanza assegnata a una famiglia, tra bambini e adulti. Il loro çay è molto più denso ma altrettanto buono rispetto a quello bevuto in questi giorni. Raccontiamo chi siamo e cosa stiamo facendo. Dico loro che l’unico aiuto che possiamo dare è raccontare la loro storia ad un pubblico non necessariamente attento a questioni simili. Gli dico che sul mio blog parlo di viaggi in moto e che non mi interessa il turismo: il mondo è fatto di cose belle e brutte e anche queste vanno raccontate. Amy, ormai avvezza a queste storie, con brutalità da attivista dice a Farhan di raccontarmi la sua storia. Lui non se la sente, e io non insisto sentendomi già di troppo.

Alla fine qualcosa me la racconta, dopo un po’ di chiacchiere. Loro sono quelli rimasti per una settimana in cima al Monte Sinjar senza cibo fin quando, con le spalle coperte dal PKK e dallo YPG che hanno creato un corridoio umanitario, psono riusciti a raggiungere il Kurdistan Turco. Bisogna segnalare che i famosi Peshmerga iraqeni, sebben ben armati e spalleggiati dagli americani e descritti dai media occidentali come coloro che hanno provveduto a salvare queste persone, vengono indicati da tutti i superstiti come i primi ad essere fuggiti di fronte ai miliziani dell’ISIS. Le famiglie che ora si trovano nel campo hanno lasciato le loro case nel giro di un minuto, senza documenti e senza soldi né oro. In Iraq la pratica più diffusa non era quella di depositare soldi in banca, inaffidabile, ma di convertirli in monili d’oro, quelli che le donne usano nei giorni di festa e che normalmente vengono tenuti in una cassaforte insieme ai passaporti, quei pezzi di carta che garantiscono un’identità riconosciuta in tutto il mondo. Nessuno ha aperto quella cassaforte prima di fuggire. Hanno camminato per una cinquantina di chilometri fino all’altipiano che sovrasta Sinjar. Qualche allevatore è riuscito a portare delle bestie per sfamare tutti. Qualcuno è sceso due giorni dopo per recuperare dell’acqua ed è stato ucciso o catturato, così come quelli che hanno deciso di non lasciare le proprie case o di non convertirsi all’Islam. Il padre di Farhan è stato più furbo: dopo aver caricato l’auto d’acqua è stato intercettato da un convoglio dell’ISIS che gli ha sparato addosso. Lui è uscito di strada e fingendosi morto l’ha fatta franca. In quel campo tutti hanno storie terribili, viste con i propri occhi, da raccontare, tra parenti e familiari trucidati e tradimenti da parte di amici di una vita. Nell’era digitale anche il racconto delle carneficine si fa tramite smartphone: mentre Farhan mi racconta di come tutta la sua vita sia finita in un attimo, un altro tipo mi fa vedere sul suo telefono immagini raccapriccianti, trovate sul web, delle esecuzioni di gente che conosceva di persona. E scopro anche che non stiamo parlando di gente che viveva in villaggi sperduti senza acqua ne elettricità, come sembrava guardando le immagini in TV.

Questa gente aveva vere città, professioni di alto livello, TV satellitare, profili facebook, molti giovani parlano tre lingue e hanno un alto livello di scolarizzazione.

Yazidi adiba farhanAdiba ha vent’anni e, mentre ceniamo intorno a uno splendido piatto di riso, mi fa vedere le foto delle sue amiche, della sua città piena di vita ora deserta. In una foto mostra dei capelli fantastici, rammaricandosi di come sono ora ridotti per l’acqua del campo. In un’altra situazione avrei cominciato a prenderla a calci nel culo, ma è evidente che il problema per lei, in questo frangente, non sono i capelli sfibrati, chiaramente solo un simbolo della sua vita andata in fumo. Passiamo un paio d’ore a ridere e cazzeggiare, tra tentativi nostri di imparare parole in Arabo e Curdo, mentre loro sfoggiano la loro cultura, ricordandosi di un Antonio ne “Il Mercante di Venezia”. Tutto sommato, il nostro aiuto è stato anche quello di regalargli una risata, nonostante le incursioni di Amy che ribadiva l’importanza di creare una lista delle persone scomparse o fatte convertire con la forza al sedicente Islam degli invasori. Yazidi campo profughi cena Ci torneremo due giorni dopo a salutarli, in moto per far cazzeggiare un po’ i bambini, e da soli. Mentre Peppina gioca a pallone coi ragazzi, cerco di dire due parole sensate a Farhan e Adiba. Gli dico di non legarsi troppo al concetto di terra natìa (homeland, nella conversazione) perchè quella non c’è più. E perchè homeland è dove hai un lavoro, una famiglia e degli amici buoni, e può essere ovunque. A maggior ragione dove non ti perseguitano per un pregiudizio o per diatribe ataviche. Gli dico che a mio avviso devono iniziare ad aiutarsi da soli, facendosi forza a vicenda in quanto comunità compatta, senza aspettare l’aiuto di America ed Europa alle quali non fotte niente di un minoranza di cinquantamila persone che ha avuto la sfiga di trovarsi nel mezzo di un macello di quella portata. E la stessa cosa l’ho detta poco prima a Suleiman, uno dei responsabili del campo, che mi chiedeva quando secondo me sarebbero arrivati gli aiuti del resto del mondo. Gli ho risposto che l’intervento dell’Europa, in questi casi, è sempre simile agli atti di bullismo tra ragazzini delle medie: se vuoi avere un po’ della merenda del ragazzino più sfigato, allora ti devi mettere coi prepotenti. Per i nostri governi è solo questione di business. La loro unica strada è la diaspora e lo sanno bene.

Sconsiglio a tutti di puntare all’Italia come meta: la povertà avanza, il governo e le mafie lucrano sui rifugiati politici e la gente è sempre più incazzata con gli stranieri, convinta com’è che il profugo sottragga risorse utili a chi è nato e cresciuto in Italia. Dovrebbero puntare verso l’Europa del nord, ma forse anche provare in Turchia. Di certo puntare a un paese che abbia una politica dell’immigrazione seria e costruttiva e non gestita dalle mafie. Abbracciamo i nostri nuovi amici augurandoci buona fortuna a vicenda, salutati da una folla di bambini e dai sorrisi delle donne, le più anziane col velo, con tutta la contentezza di aver passato un altro pomeriggio di risate, e ‘nto culu all’ISIS e a chi l’ha armato. Yazidi campo profughi risate Lasciamo questo campo modello, coordinato da un membro del PKK uscito di prigione pochi mesi fa, e torniamo alla sala da biliardo che per quattro intensi giorni è stata il nostro ufficio. Quattro giorni in cui tutti ci hanno dato qualcosa senza nulla volere in cambio: un meccanico mi ha messo a posto le pastiglie dei freni, ormai viscide dopo il bagno di gasolio per levare l’asfalto liquido beccato un paio di giorni prima. Il tipo del parcheggio ha voluto per cinque notti la stessa ridicola cifra pattuita per tre. Abbiamo avuto una serrata trattativa con un venditore di tabacco per uno sproposito di pacchi di filtri e cartine: poco sconto alla fine, ma è stato uno spasso. I ragazzi della sala da biliardo ci hanno foraggiato con litri di çay, mortificati dei lacrimogeni che sparava in piazza la polizia la prima sera. Sirnak kurdistan polizia lacrimogeni Ci sono stati due giorni di manifestazione per chiedere al governo di intervenire nel conflitto in Iraq: centocinquantamila curdi siriani erano da pochi giorni scappati da questa parte del confine e bisognava aiutare il YPG siriano a combattere l’IS. Quando riusciamo a mettere il naso fuori dal locale, l’aria pizzica ancora. Ci rendiamo conto che la reazione della polizia è davvero spropositata: si tratta di pochi ragazzini ormai dispersi, ma loro continuano a lanciare lacrimogeni a manetta. Anche al settimo piano, in terrazza, non si respira. Tappiamo finestre e fori d’aerazione e ci chiudiamo in casa per un po’. Una o due ore dopo sentiamo l’eco lontano di raffiche di mitra. Provengono dalla base militare, quella che sovrasta la città: l’ultima parola è dei dimostranti. Una piccola scaramuccia, come due cani che si abbaiano contro, e poi il silenzio. Il secondo giorno altri lacrimogeni per una manifestazione più corposa, ma la pioggia lava via presto il gas. Kurdistan proteste polizia Le proteste sono servite, alla fine: mentre finisco di scrivere quest’articolo, a Urmia, Iran, nella guest house di Hossein, il governo turco ha comunicato che interverrà nel conflitto iracheno. E credo sia la prima volta che accetti di dare appoggio ai Curdi sotto qualsiasi forma. La sera prima della nostra partenza, Amy smonta il percorso da me studiato: “Quella strada finisce nel nulla, non fanno manutenzione da anni. Il governo non vuole che lì ci sia gente.” L’unica alternativa è la strada che costeggia il confine iracheno, attraversandolo in alcuni punti. Vorremmo evitarlo per ovvi motivi, ma lei ci rassicura: lì non c’è guerra, solo pochi villaggi di tre o quattro case, camion e pastori. E l’asfalto è buono. Lei stessa dice di averla percorsa tre settimane prima per andare a trovare degli amici ad Hakkari. Saluto Amy raccomandandole di ridere, ché a stare troppo dentro a queste storie non fa bene. E anche di mantenere la giusta distanza dalle storie che racconta, mettendo da parte il lato emotivo. Prima o poi ci rincontreremo da qualche parte. Yazidi confine iraq panorama Partiamo tesi e silenziosi, lasciando Sirnak circondati da una folla di ragazzini curiosi. Seguiamo la D400, costellata di check point dell’esercito con tanto di trincee e blindati. Il paesaggio è spettacolare e l’atmosfera è fuori dal tempo. Incontriamo e scambiamo due parole con pastori e trasportatori su mulo. La tensione sparisce ai primi chilometri: siamo sul confine di uno stato in guerra, ma qui non accade nulla. Per una volta le caserme di cui pullula il confine mi fanno sentire al sicuro.

Ci fermiamo a mangiare in un villaggio sulla strada vicino a Cigli, scambiando quattro chiacchiere con gli avventori fissi di questo punto sonnecchiante del mondo. Ci salutano col segno di vittoria, continuando a dire Kurdistan libero. Noi rispondiamo allo stesso modo, e non per convenzione o convenienza. Al bivio per Hakkari, il primo con il cartello Iran, il controllo passaporti è serio e il boss, turco dell’ovest, ci fa sedere all’ombra. Gli porto i saluti di Amy, lui si illumina di un gran sorriso e inizia un tentativo di conversazione in inglese. Che finisce quando Peppina ringrazia in Curdo invece che in Turco. Mi dice che la famiglia è in vacanza in Europa, mentre lui sta lì a lavorare. In una landa desolata, circondato da ragazzini armati in uniforme, a fare scaramucce col PKK. Ma chi te lo fa fare, gli chiederei. confine iraq uomini curdi Dormiremo a Yuksekova per 35TL in un hotel scalcinato che affaccia su una fogna a cielo aperto. Mi viene da dire che schifo. Poi mi ricordo di Farhan e Adiba e lo tengo per me.

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