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Alessandra armeggia con bagagli e vestiti mentre esco dal coma lentamente.
E’ un sottotetto e fa già caldo alle 10 di mattina. Dalla parata di abbigliamento femminile che vedo sul letto capisco che sta per fare uno dei suoi soliti magheggi, che tanto adora, con le cose da portarsi dietro.

Nel volgere di dieci minuti il mio coma diventerà giramento di palle.

Esattamente nel momento in cui la vedo pronta a scendere con addosso il suo vestitino verde leggero, con in mano le ginocchiere e sul viso tutta la cazzimma necessaria ad affrontare la discussione per ottenere uno sconto sul prezzo della camera. Anch’io sono pronto a scendere, ma non ho un vestitino leggero. Ho messo i pantaloni da moto in cordura, quelli che fa caldo solo a guardarli.

transfagarasan-romania-vestitinoIntendiamoci, i Revit Sand2 sono un ottimo prodotto e, sebbene siano sostanzialmente un plasticone, non sono caldi più di tanto. Sembrerà strano a dirsi, ma in questo viaggio li ho tenuti addosso giornate intere e  posso dire che non danno più fastidio di un paio di jeans (ovviamente tolta la membrana impermeabile).

Ho deciso di tenerli sempre addosso per evitare perdite di tempo in cambi d’abito, spostamenti di roba nelle valigie e relativo apri e chiudi. Da qui il giramento di palle vedendo la mia compagna comodamente vestita da spiaggia (le ginocchiere sono un palliativo per farmi contento sul fattore sicurezza, ma quella è un’altra storia).

Il perché di quest’abbigliamento è dovuto alla nostra intenzione di raggiungere la zona termale di Kalimanesti/Calciulata, poco lontana dal bivio per Curtea de Arges che ci porterà verso la Transfagarasan. Il giorno prima lo Zingaro Panzone ci aveva parlato di piscine a bordo strada aperte a tutti, con la possibilità di fermarsi e godere l’acqua calda gratis così come sgorga dalle sorgenti.

Partiamo verso la terra promessa, con evidenti differenze umorali e senza ancora un leu in tasca.

Siamo ancora in Valacchia e il caldo è umidamente assassino. La strada non consente di tenere ritmi sostenuti, densa com’è di villaggi, pedoni e carretti carichi di qualsiasi cosa.

E’ un paese da vivere lentamente la Romania

Se corri, o sei un occidentale che non ha capito una mazza del posto, o uno zingaro arricchito con l’autoradio che pompa manele a manetta. Ritrovo l’ospitalità rumena appena ci fermiamo in un piccolo bar per un caffè e info su dove trovare una banca per il cambio pecunia. Uno degli avventori, appena capita la nostra provenienza, attacca con il pippone sul suo amico

transfagarasan-romania-cacciatore-“…. che vive ai castelli e andiamo a caccia insieme e a lui piace sparare e ha un ristorante e andate a mangiare da lui e dite che siete amici miei e ora lo chiamiamo e…. tu spari? ”

-“No, io non sparo, non ho mai sparato.”

-“Ah…. non spari!…” rimarca desolato, guardando a terra e smorzando il sorrisone.

Come temevo chiama addirittura il suo amico al telefono, al quale non so cosa dire quando me lo passa. Propone scambio di numeri per incontrarci quando sarà in Italia, così potremo andare a sparare insieme (aridaje).

I soldi ce li cambierebbe la signora ma considerando il cambio sfavorevole, l’appiccicosità del nostro amico e quel cazzo di nescafè che mi perseguita in ogni parte dell’universo mondo, andiamo via ringraziando e promettendoci grandi battute di caccia.

La stazione termale è una gran delusione

Nel senso che è proprio una vera stazione termale con stabilimenti, hotel e ristoranti, piena zeppa di famigliole in vacanza. Il paesaggio intorno è fantastico: i due paesini, praticamente un tutt’uno, sorgono sulla riva destra del fiume che scava il suo letto tra le montagne. Il tutto devastato dall’essere umano che si insedia e sfrutta e villeggia.

Volevamo fare le terme selvagge e lo tzigano ci ha mandati a Montecatini.

Una famiglia stesa su un prato a fare un picnic ci conferma che non ci sono pozze libere, ma possiamo trovare anche piscine economiche. Che andrebbe anche bene se non fosse per la musica dance che pompano negli altoparlanti, che gracchiano a palla da ogni piscina. Visto che ormai siamo lì, approfittiamo per fermarci a mangiare in uno dei tanti posti con tavoli coperti.

Di selvaggio l’esperienza ha solo l’uso del fiuto come criterio di selezione del posto: ci sediamo determinati in quello dove la brace emana il profumo di carnazza più intenso. Indicandoli nella vetrina frigorifera ordiniamo due stinchi di maiale spropositati, che addenteremo con vera passione annaffiandoli con due Timisoreana, mentre si scatena un diluvio che fa scendere la temperatura rapidamente, provocando la repentina vestizione di Peppina seguita da un mio ghigno di soddisfazione.

Ricoglioniti dall’abbuffata, e placata la tempesta, torniamo indietro per pochi km e prendiamo la strada per Curtea de Arges, alla quale arriviamo attraversando la periferia industriale gravata da un traffico niente male. Il navigatore sul telefono è inutilizzabile per un problema al caricabatterie e, non senza piacere, chiediamo indicazioni per la Transfagarasan. Tra i tanti, un anziano con la faccia scolpita dal sole delle campagne, ci indica la strada a gesti e nella sua lingua.

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La fortuna di essere meridionali è che il nostro dialetto ha cadenze simili e comprensibili ai più da quelle parti.

Peppina gli scatta una delle foto più belle di tutto il viaggio.

transfagarasan-romania-toto-e-peppinaUna donna con un piccolo banco di frutta, da cui compriamo qualcosa, ci fa una foto. Un uomo sulla trentina in scooter, un’oretta prima, ci ha fatto strada portandoci sulla strada giusta per Curtea de Arges.

Anche qui,ma lo sapevo già,  il viaggiatore motociclista è trattato con riguardo e  rispetto.

Mentre ci avviciniamo ai rilievi dei monti Fagaras percepiamo chiaramente che la Valacchia, una delle zone più depresse della nazione, sta finendo. Ce ne accorgiamo dalle campagne che lasciano il posto a capannoni artigianali, che compaiono più fitti come se si stesse per entrare in un polo industriale, e il contrasto con le decine di carretti che attraversano le strade e i covoni di fieno che sbucano dietro le case in legno, è quanto mai improbabile.

Quest’impressione è subito allontanata dalla montagna vera.
Montagna che inizia nella cittadina di Poenari dove sorge il vero castello di Dracula,che pare sia stato eretto da prigionieri turchi portati lì da Vlad Tepes.

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Il primo tratto di strada porta alla diga del lago Vidraru, un bacino artificiale creato negli anni ’60. Quando ci passai l’anno prima, risalendo da Poenari, ebbi un fremito di vero spavento quando il muraglione della diga si materializzò nella nebbia. Stavolta la giornata è buona anche se da qui in poi l’aria diventa più umida e fresca.

Dal lago Vidraru inizia il divertimento della statale 7C, meglio nota come Transfagarasan , fatta costruire dal simpatico Ceausescu, con uno sforzo immane di risorse e migliaia di uomini di cui una quarantina (ufficialmente) morirono tra incidenti e fatica. Una delle tante grandi opere di cui si fregiano  i transitori sovrani, ansiosi di legare il loro nome a opere faraoniche, la cui utilità è spesso discutibile. In questo caso va detto che l’utilità c’è stata eccome, visto che, fino a poco tempo fa, rappresentava l’unico acceso alla Transilvania dalla Valacchia centrale.

Vlad fece schiattare di fatica prigionieri turchi per costruire la fortezza per il controllo di quest’accesso. Ceausescu fece lo stesso per la strada.

Solo che non furono prigionieri di guerra a schiattare, ma gente del suo stesso popolo.
Vabbò…dettagli, torniamo alle cose serie.
Il bello di questa strada, in questo tratto, è che corre intorno all’invaso del lago seguendo i contorni dei rilievi che lo definiscono. Un vero paradiso del motociclista! L’asfalto, anche se rattoppato quasi di continuo, è buono e permette di mantenere un’andatura abbastanza sostenuta.

Io mi diverto, Peppina si diverte, Sofia ha finalmente aperto il motore e dà il meglio di se avendo trovato aria fresca da respirare.

Siamo così presi da tornanti e scorci di paesaggio che non pensiamo alla cena fin quando il sole non inizia a calare seriamente. Oggi non ci sono cazzi, montiamo la tenda e non vogliamo sentire ragioni. Anche perchè i rumeni, che non avranno soldi ma spirito di adattamento e cultura della montagna da vendere, sono a centinaia lì intorno a campeggiare: a bordo strada, tra gli alberi, in riva al lago. Tralasciamo di comprare da mangiare: troveremo di sicuro uno spiazzo per la tenda vicino a un qualcosa che produca e spacci cibo di qualsiasi forma.

Alessandra intravede, alla fine del lago, un hotel con delle tende intorno.transfagarasan-romania-sterrato-fango

Qualche chilometro più avanti, sulla sinistra, un ponticello sul fiume che pare essere l’inizio della strada che porta a quella che decidiamo sarà la meta della giornata. Imbocchiamo uno sterrato pieno di buche e  pozze d’acqua circondate da fango. Sono convinto di aver sbagliato strada e quasi torno indietro quando, dopo di noi, arriva lentamente un’auto. Chiediamo ai passeggeri e sì: l’albergo è alla fine della strada, a circa cinque chilometri.

Peppina gongola per il suo senso dell’orientamento, gongolare che durerà poco diminuendo al crescere della mia preoccupazione per il sentiero che si fa sempre più insidioso. Niente di assurdo o impossibile, anzi proprio divertente, ma percorrerlo con moto stracarica e passeggero non mi rende tranquillo, consapevole del fatto che non sono un manico del fuoristrada. La cosa di cui più mi preoccupo è il fango. Non vorrei perdere l’anteriore e finire a terra.

Do a Peppina le istruzioni: in caso di sbilanciamento e/o caduta mantenere le gambe il più possibile dove stanno, protette come sono dal profilo delle valigie. Dopo un pò di slalom tra le pozze, obbligato a un certo punto a entrarci dentro, mi accorgo che il fondo di queste è molto più praticabile dell’esterno. In pratica quelle montagne franano, sbriciolandosi di continuo in piccoli pezzi che vengono ricoperti  da terra e polvere. L’acqua delle pozzanghere ripulisce il fango e il fondo risulta duro e sufficientemente praticabile.

Capito questo iniziamo a scendere convinti, mentre Peppina prega i santi a cui non crede e io non so se mi caco sotto oppure me la sto godendo.

Dopo un paio di mini-guadi decido nettamente per la seconda opzione. Attraversiamo ponticelli diroccati su torrenti, sfioriamo il bordo dei dirupi. Ogni tanto faccio scendere la passeggera per sondare dove il terreno è migliore. La luce diminuisce sempre più mentre raggiungiamo i primi gruppi di campeggiatori. Troviamo una mandria di cavalli al pascolo.

transfagarasan-romania-puledroRallentiamo e un puledro si avvicina incuriosito da Sofia, questo strano animale con tre teste e due occhi azzurro ghiaccio.

Uno dei campeggiatori si avvicina e capiamo, anche dalla musica che arriva dalla sua auto, che si tratta di una famiglia Rom. Perfetto, ci diciamo, abbiamo trovato dove fermarci.

Lo zingaro scherza mentre ci libera la strada dal giovane cavallo e ci dice che possiamo accamparci dove vogliamo. Pare non capire invece che vogliamo fermarci con loro, cosa che gli diciamo anche in coro, lasciandolo sbigottito e a braccia aperte, con aria perplessa.

Dopo un altro chilometro e l’ultimo tratto di fango serio raggiungiamo l’hotel che di fronte ha un posto dove accamparsi in cui ci sono anche delle capanne in legno. Tocca pagare per fermarsi lì, poco ma si paga. Cosa che non ci piace affatto, ma va bene così: finalmente dormiamo in tenda che montiamo al volo. La piacevole sorpresa è la rapidità di gonfiaggio e la comodità del materasso. Quando siamo andati a comprarlo siamo stati nella corsia dedicata di Decathlon almeno un paio d’ore, aprendone diversi e ricevendo anche una cazziata da un commesso. Ci lasciavano perplessi i suoi tre chili e mezzo, più della tenda stessa. Ma ora siamo contenti dell’acquisto: 15 pompate e si dorme da re (tralasciando l’imbarazzo per il sibilo della pompa a soffietto, una caciara davvero ridicola).

Intorno ci sono altre tende, roulotte e qualche auto da cui pompa manele, contendendosi l’etere con la tamarrodance proveniente dall’auto di qualcuno che si sente più avanti nella storia. Inutilmente.

Vinceranno il manele e la musica popolare per evidente superiorità di watt.

Intorno alle quattro di notte, in pieno sonno, veniamo svegliati da un temporale clamoroso che ci sommerge con quintali d’acqua. La sensazione di stare sotto i tuoni che sembrano bombe, con la consapevolezza che l’unica separazione tra noi e il mondo temporaneamente acquatico lì fuori sia rappresentata da un telo di nylon inquieta non poco. Alla fine è sempre una tenda comprata a prezzi popolari, niente di professionale. Ma, per Dio, ha tenuto alla grande: anche se l’esterno si è infracidito noi siamo rimasti all’asciutto, complice il materasso da 8 cm.transfagarasan-romania-lago-vidraru

Credo di essere il primo ad alzarmi in tutto il camping, facendo visita alle latrine da campo profughi. Smontiamo la tenda e carichiamo la moto sotto una pioggerellina leggera ma costante, sotto gli sguardi perplessi degli abitanti delle capanne. Loro non possono capire il perché delle nostre facce soddisfatte, mentre metto la moto in posizione per risalire la pista infangata e Peppina monta su.
A dire il vero lei è un po’ preoccupata, ma si tranquillizza quando le dico che
in salita è più facile che in discesa. E infatti va così bene che in un attimo siamo di nuovo sull’asfalto, abbastanza dispiaciuti per la fine della giostra ma gasati dal paesaggio e dai chilometri di tornanti che percorriamo fino al valico, tra greggi di pecore sorvegliati da pastori incerati, motoviaggiatori e campeggiatori.

La pioggerellina e la nebbia rendono il tutto più affascinante. Al valico di Balea Lac, dove campeggiai l’anno prima, compriamo insaccati, carne secca e formaggio da portarci come scorta. Una signora, in italiano, ci spiega come sono fatti i loro prodotti, mentre sua figlia continua a fissarmi col suo sguardo inquietante. Mi aspetto che mi lanci un coltello da sgozzo da un momento all’altro, ma non succede nulla.

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La discesa lungo il versante transilvano è lunga e tranquilla. E il paesaggio mozzafiato che vediamo dal valico pian piano sparisce quando ci addentriamo nella nebbia, che ci accompagna fino alla pianura. Poco dopo Cartisoara la strada si divide: a destra si va a Brasov, meta turistica per eccellenza che ruota intorno alla figura di Dracula, a sinistra Sibiu e poi Sebes, cittadina industriale dove si svolge la festa di Santa Maria.

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Che noi andiamo a sinistra lo sapete già.

Facciamo una sosta caffè con la scusa della benzina. Conosciamo una coppia su Hypermotard, un italiano del nord con la sua compagna rumena. Dice che lei gli fa da interprete, e lo dice come se ce ne fosse davvero bisogno. Proviamo a chiedere loro se sappiano qualcosa di questa festa, scartando l’ipotesi di chiamare un centralino del comune, immaginandola come una specie di rave party tzigano. La tipa muta la sua espressione dal sorriso cordiale al sospetto schifato quando gli diciamo della nostra meta.  Ci dice :

-” state attenti perché gli zingari di qui non sono come quelli italiani.”

Peppina risponde:

-” E non hai conosciuto quelli napoletani!

Ci saluteranno con la stessa diffidenza.

Che siamo in un’altra regione si vede. Non tanto per l’aria che, dopo il fresco della montagna, è ritornata afosa, quanto per la dominante del verde, molto più rassicurante del giallo arido della Valacchia.

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Una strada veloce e nuovissima ci porta rapidamente a superare Sibiu, una delle tre città più importanti della Transilvania, con i suoi tetti a cuspide tipicamente austroungarici. Mi addormento un po’ sulla panca di un bar sulla strada, mentre Peppina prepara un paio di panini.

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Saremmo in orario perfetto per  trovare un alloggio, ma siamo costretti a ripararci in una stazione di servizio alle porte di Sebes a causa di un acquazzone potentissimo che nel giro di una decina di km, nel nulla delle campagne, ci ha completamente infraciditi.
La stazione pare abbandonata: la porta dell’ufficio è aperta ma dentro ci sono alcune cose che fanno pensare che sia ancora utilizzato.

transfagarasan-romania- stazione-servizio transfagarasan-41Le pompe sono fuori uso eccetto una. Confinante con l’area di servizio c’è un hotel a due stelle.

Sarei tentato di chiedere lì per la notte, ma preferiamo trovare un posto in città dove lasciare tutto e uscire a piedi per l’evento. Ferma da prima di noi, nella piazzola c’è un’ auto della polizia. Il tipo dentro ci osserva, ma non pare intenzionato ad approfondire la conoscenza. Arriva una berlina scura. Il poliziotto si avvicina con l’auto e rapidamente carica una borsa che il tipo della berlina gli consegna con fare apprensivo e vagamente circospetto. Poi spariscono in un nanosecondo in direzioni opposte. Misteri rumeni.

Sta per scampare quando arrivano due rom a fare rifornimento. Immediatamente uno dei due attacca bottone iniziando a farfugliare cose sulla filigrana dei cinque euro, diversa dai lei rumeni:” sono diversi ti dico, se mi dai cinquanta euro ti faccio vedere”.Gli dico di lasciare perdere che non me ne fotte niente e, in ogni caso, non ho cinquanta euro e lui in risposta dice che non devo preoccuparmi, ci sono i suoi soldi in garanzia, tirando fuori un malloppone di euro e lei grosso come un mezzo mattone.

Appunto, di che mi devo fidare?

Quando capisce che non c’è nulla da fare, lo sentiamo dire al suo amico :” Andiamo, tanto questi li troviamo alla festa.” L’ha detto in rumeno, o in romanì, ma noi abbiamo capito lo stesso. E la cosa non ci è piaciuta. E non ci è piaciuto neanche la notizia appena ricevuta da loro, ovvero che la festa sarà l’indomani.

Il centro della città è chiuso al traffico, in previsione della grande festa che, abbiamo capito, non è il rave semiclandestino che ci aspettavamo ma una festa ufficiale con tutti i crismi. Un tipo che parla italiano davanti a una gran pizzeria, oltre a guardarci perplesso quando sente che vogliamo assistere alla festa, ci conferma la notizia e ci consiglia un hotel per la notte, gestito da una sua amica, appena fuori dalla città sulla strada per Alba Iulia. E’ un tre stelle con velleità di design hotel, e ci sta che dormiamo lì per quanto fracidi. Il prezzo è più che abbordabile e, per il fatto che la stanza ha due letti singoli, l’indomani Peppina spunterà la colazione a gratis. I letti saranno singoli, ma c’è una vasca idromassaggio che fa il suo lavoro niente male. La stanza è piena di roba stesa ad asciugare: giubotti, pantaloni, guanti.

Persino i soldi che tengo imboscati addosso sono stesi su un mobile ad asciugare, in perfetto gipsy style.

Alla fatidica domanda di Peppina “hai qualcosa da lavare?” si inizia a tirare fuori l’impossibile dalle borse. In men che non si dica l’indole della massaia ha il sopravvento sulla viaggiatrice. Ci ritroviamo con la stanza davvero satura di roba stesa, in una serata umida di Agosto. Alle 23.00 siamo ancora in camera a stendere panni , costretti a smontare la tenda della finestra per utilizzarne il palo come stendino. Ho un moto di sbrocco a questa vista, considerando anche l’orario e il fatto che potremmo non trovare nulla da mangiare in una cittadina così piccola. transfagarasan-romania-sebes-fabbrica-cellulosa

Usciamo in moto e, tornando verso il centro, la vista della gran fabbrica di cellulosa alle porte della città è ancora più impressionante di notte. Scopriremo nei giorni successivi che lì si lavorano gli alberi provenienti dai monti circostanti, producendo legname e materiali di risulta per l’industria tedesca a prezzo ridicolo. Facciamo diversi giri in città, finendo anche per  stradine cieche che si perdono in piena campagna, prima di trovare qualcuno che ci indichi un posto per mangiare, aperto tutta la notte e fortunatamente anche buono.

Siamo arrivati qui per una festa che sarà il giorno dopo, ma a questo punto la perderemo, Alex ci aspetta a Cluj Napoca per il giorno dopo, l’ultimo utile per incontrarci. Oltre a questo l’incontro alla stazione di servizio non ci è piaciuto davvero. Il mescolarci con la cultura tzigana non è stato possibile. È una situazione strana quella degli zingari in Romania.

La musica popolare è pervasa dai ritmi gitani, con armonie orientaleggianti.

Le abitazioni dei Rom stanno all’inizio di ogni città. Ci sono le case sfarzose e quelle più umili, quasi baracche. In Transilvania sono la terza etnia che si va ad aggiungere agli ungheresi  e ai rumeni. Eppure non c’è modo di entrarci in contatto. I Rom sono una parte importante della società, ma messa quasi al bando da quando entrati in seguito alla guerra con gli ottomani. Stefano il Grande lì portò con se come schiavi e sottoposti, in quanto già schiavi dei Turchi, che patirono disfatta. Successivamente diventarono una sorta di casta di servi del clero ortodosso.

Vengono forse dal Rajastan, a nord dell’India, e discendono forse da gruppi di paria migrati a ovest in cerca di posti migliori, sviluppando una cultura che ha assorbito elementi delle altre incontrate sulla strada e un codice di comportamento paragonabile a una legge propria. Si sono specializzati nelle attività che si possono svolgere da nomadi: circensi, battilamiera, mercanti di bestiame (cavalli soprattutto). Fin quando l’avvento dell’industrializzazione non ha reso inutili o quasi i loro lavori. Essendo costretti ai margini della società, necessariamente c’è chi ha sviluppato attività illegali: i più potenti sfruttano i più deboli per ingrassare alle spalle del loro mendicare o del loro lavoro sottopagato.

Su una cosa però sono rimasti integri: rom, sinti, camminanti e tutte le etnie gitane sono le uniche a non aver mai mosso guerra a nessuno. Mai nella storia.Se non aspiri a una patria non hai bisogno di aggredire chi è diverso da te in cultura, usi e tradizioni ma, come dicevo prima, tendi ad assimilare quanto di buono (e non buono) incontri per strada. E’ forse questa la cosa che più mi affascina di loro: l’essere apolidi, la mescolanza di culture e la consapevolezza della differenza come identità.
Il mischione antropologico come essenza della memoria.

Sarebbe bello riuscire a farci una chiacchierata come quelle che si fanno con i kurdi in Turchia. Capire per quanto possibile cosa sia rimasto di una cultura nomade, che per definizione rifiuta la territorialità, dopo essere stati anche loro fottuti dalla macchina della modernità.

Sarebbe bello, se solo si riuscisse a trovarne per strada.

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