Come sempre evito di socializzare con i miei compatrioti, preferendo perdermi nel mercato di Samarcanda tra spezie e frutta. C’è chi ha un banco sotto le grandi tettoie in acciaio reticolare, diviso per generi merceologici, e chi si dispone alla rinfusa con ceste e banchetti mobili.

Scambio una chiacchiera con un signore, da cui compro peperoncino e the, e il suo vicino più giovane mi mostra orgoglioso la foto dei figli sul telefonino. Da una signora compro un pesce fritto che mangerò seduto su un marciapiede, godendomi il vociare delle contrattazioni.

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Le donne del mercato di Samarcanda

Non posso fare a meno di notare che la maggioranza dei commercianti di Samarcanda sono donne. E’ decisamente un mercato di venditrici. A pensarci bene era così anche a Bukhara dove ho notato che anche alcuni lavori, come la manutenzione delle aiuole e dei giardini, sono affidati alle donne, infagottate all’inverosimile per proteggersi dal sole e dalla polvere.

In queste città il commercio è donna

Mi sorprende come in un paese islamico così lontano dall’occidente, molto più della Turchia che già nel nostro immaginario è oriente, le donne abbiano una libertà di movimento pari a quella degli uomini.
Guidano tranquillamente, scherzano, alzano la voce.
Certo questa è la città, ma anche nei paesini non ho visto situazioni molto diverse. Qui vanno in giro per lo più in abito tradizionale, fatto di una casacca su pantaloni a sigaretta, molto spesso a fantasie vivaci.

Si muovono sicure nelle contrattazioni, nel parlare con gli uomini e non hanno l’aria di essere sottomesse per istituzione. E alcune sono davvero molto belle, con tratti somatici particolari: pelle turca modellata con lineamenti orientali.

Passo qualche ora tra banchi di frutta e chaykhane a guardare una umanità tutto sommato rilassata. Si contratta, si vende e si acquista, si imbroglia e si viene imbrogliati ma, per quanto si tratti di sopravvivenza, nessuno pare perdere le staffe più di tanto.

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