spedizione moto imballaggio
fissaggio moto alla pedana per spedizione

il fissaggio della moto alla pedana prima di inchiodare i pannelli

Quando abbiamo fatto la spedizione moto da Kathmandu a Bangkok ci era sembrato di fare una cosa grande. Come ogni prima volta c’era da capire le regole del gioco e in realtà non ci abbiamo neanche messo tanto. La cosa che più ci interessava era, ovviamente, capire quanto sarebbe costato. I vettori applicano tariffe al kg a cui si sommano tasse per merce pericolosa, supplemento carburanti e altri documenti che compongono la tiritera burocratica di una cassa che porta al suo interno la vostra amata motina. In realtà tutto l’inghippo sta nel fatto che si pesa la cassa chiusa, si prendono le misure e a queste si applica una formula che dà il cosiddetto peso volumetrico: la tariffa di cui sopra si applica al più alto dei due valori tra peso reale e volumetrico.

 

Spedizione moto. Dal Nepal è stato come bere un bicchier d’acqua

eagle eyes exports ha curato la spedizione moto

con jeewan di eagle eyes exports

Far volare la moto dal Nepal alla Thailandia è stata una cosa abbastanza facile: un giorno di giri per preventivi, fatti di persona negli uffici degli spedizionieri che crescono come funghi nel quartiere Thamel. Il giorno dopo, decisi di affidarci a Eagle Eyes Exports, il falegname prese le misure della cassa per completare il preventivo. Dopo due settimane di cazzeggio tra i monti himalayani eravamo al cargo terminal di Kathmandu a smontare la moto per ridurne il più possibile l’ingombro e chiudere sta benedetta cassa. Fatto. E pure rapidamente, nonostante la ricerca disperata di una chiave a brugola per smontare la ruota anteriore. Così veloce ed efficiente che la moto arrivò prima di noi.

A Bangkok invece, per risolvere la spedizione moto siamo fermi da due settimane. Appena sbarcati dall’aereo mandai diverse richieste di preventivo alle quali risposero solo in tre. Ci siamo subito fatti l’idea che fosse più economico spedire in Argentina che non in Chile ma accantonammo l’idea di questo nuovo impegno, partendo verso nord e ricominciando a fare quello che per cui stiamo in giro da mesi: zingarare per villaggi e facce mai viste. Forse perchè andò troppo liscia in Nepal non abbiamo realizzato che avremmo dovuto decidere subito quando ripartire e comprare i biglietti per il Sud America, bloccando in contemporanea il preventivo migliore per la moto. E’ stato solo a Luang Prabang, l’antica capitale del Laos, che ci siamo posti la questione in modo risoluto. E quello è stato il momento in cui un malessere sempre meno strisciante si è impossessato di noi.

 

L’ansia, questa conosciuta.

Ci siamo resi conto di non avere il tempo che vorremmo e che secondo entrambi sarebbe necessario per perdersi come si deve. Man mano che scendevamo lungo il Mekong verso la Cambogia questo malumore montava sempre di più, soprattutto nella mia signora che si lamentava sempre più del caldo e della stanchezza.

Arrivati a Siem Reap, in Cambogia, Peppina pubblicò una nota sul social network in cui parlava di questa stanchezza e della voglia di fermarsi. In molti addebitarono la cosa al fatto che non guida, qualcuno suggerì di fermarci in una spa, qualcun altro di rinunciare a completare il giro. Ognuna di queste risposte o suggerimenti era l’eco di un immaginario diverso: quello di chi immagina me come un forsennato fuoristradista che costringe la sua signora a massacranti raid di centinaia di km al giorno. I motociclisti rivendicvaano il diritto all’autonomia del passeggero, costretto sul posteriore della sella, incitandolo all’emancipazione diventando pilota, chè solo così il mondo può sorridere oltre la visiera di un casco. Quest’ultima esortazione aveva anche la sua variante post-femminista, in cui il passeggero, guarda tu che culo, è una donna sottoposta alle manie del compagno pilota.

Io ringrazio tutti per l’apprensione ma la mia signora insiste col dire che di guidare non gliene frega una beneamata minchia. Ci itene a far capire che la moto non è la sua passione da quando era piccola e forse non lo è neanche ora. Che la stanchezza è dovuta anche e soprattutto ai paesi attraversati, molto lontani dall’occidente e dalle sue comodità, e non solo al caldo afoso. Certo il caldo che precede la stagione delle piogge, con l’umidità ogni giorno più azzeccosa, ci ha fiaccati non poco, ma quello con l’abbigliamento tecnico addosso ero io. Madame stava in pantaloni di viscosa e maglietta. Io soffrivo soprattutto nelle soste, lei si è cotta le braccia come due cotechini.

Sterrati e guadi sono una goduria per il sottoscritto, ma sono un gran dito in culo quando hai la moto carica di bagagli e con passeggero. L’ultimo giorno di off road in Laos è stato per me divertentissimo, con l’acqua fino alle ginocchia e contento come un pupetto quando la moto si è appoggiata per gli spuntoni di roccia troppo alti. Io ridevo, lei pregava le madonne. Stavamo andando a Si Phan Don, le quattromila isole. Il posto più tranquillo del mondo,dove il Mekong si allarga tanto da ospitare un numero indefinito di isolotti. Lì siamo stati in una guest house pulitissima gestita da un ragazzo più che gentile. Ci siamo fermati quattro giorni, praticamente fino alla fine del visto, prima di entrare in Cambogia, che abbiamo attraversato in sei giorni, di cui quattro fermi. Tutta questo pippone per dire che in realtà non abbiamo macinato tappe lunghissime ed estenuanti senza soste.

Ce la siamo presi proprio comoda, fermandoci anche cinque giorni in alcuni casi. La cosa che ci ha davvero provati, fino a uno scazzo in territorio cambogiano, è l’idea di non avere più tempo. A Luang Prabang abbiamo visto i prezzi del nostro volo e, mentre stavamo a Si Phan Don, Trans Air Cargo ci ha detto che le pratiche per la moto saranno lunghissime e ci sarebbero volute almeno due settimane da quando ci saremmo incontrati per definire i dettagli per la spedizione moto. E’ stata questa la notizia che ci ha spiazzati. Anche perché il periodo in cui ci sono i prezzi migliori per noi cade proprio a ridosso di una festività di tre giorni e tutti gli uffici, dogana compresa, sono chiusi. Non abbiamo ben capito se possiamo riutilizzare la cassa usata da Kathmandu, non abbiamo capito se riusciamo ad arrivare prima della moto, per la quale non abbiamo una data certa. Non abbiamo capito un cazzo, insomma.

Siamo quindi corsi a Bangkok per incontrare giorno 2 Aprile il signor Kittima, che abbiamo scoperto essere una donna con un grosso palo nel culo che le impedisce qualsiasi forma di gentilezza. Se a Kathmandu Jeewan ci aveva coccolati e rassicurati su tutto, ostentando sicurezza, Kittima ottiene l’unico risultato di angosciarci definitivamente, con i suoi continui “non posso garantirvi nulla”. La diatriba sulla cassa si conclude di fronte a un documento ufficiale della dogana argentina, attestante che le casse in legno devono essere affumicate secondo lo standard ISPM15. Quindi dobbiamo farla nuova. E chi la fa sta a casa di Cristo a nord di Bangkok, a Nonthamburi. Ci arriviamo sbagliando strada tre o quattro volte, incazzati con tutti quei pecoroni, uomini e donne, che non parlando inglese si vergognano e scappano quando ci fermiamo a chiedere indicazioni. Rimane la questione del biglietto per noi, che risolveremo in un rocambolesco acquisto on line collegati a un wifi a scrocco per strada con il portatile pronto a scaricarsi, le carte di credito sul tavolo e due cospicui prelievi in tasca, per pagare la spedizione moto, mentre vicino a noi sostano due soggetti poco raccomandabili, con me pronto a sferrare calci nei coglioni se si fossero avvicinati oltre i cinquanta centimetri.

Siamo a Bangkok da più di dieci lunghi giorni in cui abbiamo fatto di tutto meno che i turisti. Abbiamo girato per centri commerciali alla ricerca del generatore di ricambio per il fottutissimo fornello Coleman. L’abbiamo trovato, in barba a tutti blog consultati, da Trekkingcorner, un negozietto al secondo piano del JJ Mall. Se a Bangkok vi servisse roba da outdoor andateci: lui ha quasi tutto. In mezzo a tutto questo macello abbiamo però aperto le uova di pasqua: un giorno lo abbiamo passato da Comforta, l’importatore thailandese di Givi che ci ha mandato due valigie in alluminio nuove e più grandi. La loro ospitalità è stata davvero grande e cordiale, oltre ogni aspettativa. Ed è stato davvero divertente trovare due pacchi con su scritto “ Givi Sponsorship for Antonio Femia- Italy Journalist”.Così come è stata grandiosa l’accolgienza di Mr Siam, noto come Panda Rider, presso il cui negozio abbiamo ritirato due completi Rev’it! nuovi di pacca arrivati dall’Olanda per noi. È stata una bella sensazione fare gli special guest per un paio di giorni. E avere la fiducia di due aziende, che da utente decidono di farmi diventare collaboratore, davvero non ha prezzo. La fregola è tanta: vorrei caricare le valigie nuove e, con addosso la nuova tuta da supereroe, lanciarmi su strada insieme alla Signora per continuare a guidare verso una qualunque direzione.

Ma è arrivato il giorno dell’impacchettamento per la spedizione moto

valigie e attrezzatura nella cassa per la spedizione moto

stavolta nella cassa mettiamo solo valigie e attrezzatura

cassa affumicata per spedizione moto

Finito!Prego apponga il suo nome.

Arriviamo da N&T Packing con l’ultimo goccio di benzina, con la moto che si spegne a ogni curva, costretti a spingerla per salire sulla rampa che porta alla falegnameria. Se non altro alla dogana non cacheranno il cazzo per la benzina. I falegnami fanno il loro lavoro in modo scrupoloso e preciso, avvolgendo nel cellophane ogni pezzo rimosso: le borse degli attrezzi, parafango, parabrezza, specchietti, valigie e addirittura la moto stessa. Siccome a Kathmandu il peso era più grande del volume, stavolta abbiamo deciso di mettere nella cassa solo caschi , fornello e abbigliamento tecnico. Ma la cassa, oltre che più spessa nei suoi elementi, è anche più grande come volume. Risultato: il peso è 340 kg, il volumetrico è 414. Quindi pagheremo in base al secondo. Insomma, neanche stavolta l’abbiamo imbroccata. Ora abbiamo un morto di trenta chili da imbarcare nella stiva del nostro aereo, con il rischio che venga perso durante lo scalo previsto. Il giorno dopo andiamo da Kittima a pagare la spedizione. La signora ci accoglie stavolta sorridente e cordiale, dicendondoci che il volo per la moto è prenotato con British Airways per il 21 Aprile, otto giorni dopo la nostra partenza. Chè va bene essere già lì quando arriverà per evitare costi di stoccaggio, ma così è un po’eccessivo. Tra l’altro, a suo dire, all’aeroporto di Heathrow, lo scalo previsto per Sofia, il macchinario di movimentazione merci è in manutenzione quindi non si ha una data certa per l’arrivo a Buenos Aires. E tutte le fonti consultate da noi parlano di una dogana difficile da gestire. Ci immaginiamo che, col culo che abbiamo, beccheremo un’ altra festività nazionale pagando un botto per sdoganarla. Il certificato di merci pericolose è alla firma del funzionario ma a causa della festa del Songkhran, non sarà pronto prima di giovedì 16. Cos’è il Songkhran? È il capodanno indocinese, che coincide col periodo più caldo dell’anno, quello che precede la stagione delle piogge. In questi tre giorni ci si purifica per accogliere il nuovo anno lanciandosi secchiate d’acqua l’un l’altro per strada. Già da qualche giorno c’è un fottìo di bancarelle che vendono costumi e cannoni d’acqua e mentre scrivo, di fronte alla guesthose delle Arianissime, qualcuno sta già giocherellando con queste armi di bagno di massa. Con me pronto a sferrare calci nei coglioni, stavolta nel caso in cui uno spruzzo devesse raggiungere il mio laptop. Insomma: dovevo essere io quello che lascia gli impegni per dedicarsi ai cazzi suoi senza grilli per la testa e mi ritrovo stressato dalla burocrazia doganale, mentre i suoi funzionari bloccano un’economia per farsi i gavettoni come ragazzini.

pagamento in contanti della spedizione moto

di solito gli spedizionieri si fanno pagare in contanti

Voi direte “ Ma di che ti lamenti?” Giusto, infatti non mi sto lamentando. Vi sto raccontando qual’è la parte più difficile di un viaggio intercontinentale. Come ho detto a Peppina nell’afa cambogiana, non abbiamo nessun diritto alla lamentela: stiamo facendo quello che abbiamo programmato e sognato e per nulla torneremmo indietro. C’è il caldo, il freddo, la polvere, l’obbligo di risparmiare soldini. Ma se non fossimo qui, magari ci staremmo lamentando dei consigli di classe, della caldaia rotta, delle consegne in extremis di metri quadri di esecutivi architettonici. Sostanzialmente, quello che vedevamo come un viaggio avventuroso è diventato la nostra routine quotidiana. E la routine porta sempre con se dello stress. Ho però la certezza che rimpiangeremo ogni singola goccia di sudore, ogni guado, ogni seccatura di questo viaggio. La cosa che ci rimproveriamo è quella di essere stati troppo aleatori nella programmazione. Un anno può essere più che sufficiente o troppo poco per un giro su tre o quattro continenti. Dipende solo da cosa vai a cercare. Per noi lo scopo non è macinare chilometri, ma perderci tra storie di gente mai vista. E un anno è poco, anche se è un tempo enormemente più grande di quanto ne abbia mai a vuto a disposizione.

Per un attimo abbiamo anche pensato alla possibilità di cambiare programma, ma l’unica cosa fattibile sarebbe stata volare in Mongolia e ritornare via Russia e qualcuno dei vari “Stan”. Ma è completamente un altro viaggio. Non c’è nessun contratto che ci vincoli ad andare in Sud America, ma l’abbiamo detto e vogliamo farlo. Certo, girano le palle a pensare che sarebbe stato più conveniente comprare una moto nuova in Sud America e venderla a fine giro. I soldi valgono per quello che ci fai, ed è deprimente pensare che invece di benzina, cibo, visti e birra li abbiamo spesi per un aereo. Abbiamo messo i soldi da parte per stare più tempo possibile in giro, li abbiamo spesi per tornare prima. Però fare una scelta vuol dire andare avanti anche se ci sono difficoltà. Avessimo lasciato entrambi il lavoro avremmo avuto tutto il tempo di questo mondo, ma lei ha scelto di tenerselo e io ho scelto di tenermi lei. E tutti e due non vogliamo dire addio alle nostre famiglie. Di fatto le uniche catene sono quelle degli affetti. L’ho scritto nell’ebook e ne sono ancora più convinto ora.

Domani partiamo per Buenos Aires. Lasceremo Bangkok dopo quasi due settimane passate alla guest house della cinofila, con il wifi scroccato alle Ariane di fronte in cambio di litri di Sprite, ché la birra costa troppo. Dopo tre mesi di noodles, caldo afoso, le vocali strascicate degli indocinesi che ringraziano con le mani giunte e lievi inchini. Dopo la giungla umida e i bambini che ci guardano sbigottiti per non aver mai visto un uomo bianco. Dopo tre mesi di templi del Buddha e monaci d’arancio vestiti. Andremo via cercando di evitare i gavettoni, con appresso un morto di trenta chili, diretti all’aeroporto dove ci aspetta un volo della Turkish Airlines che che farà scalo a Istanbul per portarci poi a Buenos Aires. Ed è forse questa la delusione più grande: il nostro non sarà un giro intorno al mondo. Partendo da Bangkok tutti gli aerei tornano indietro, ché il Pacifico è troppo grande. Magari è solo una stupida questione di principio, ma ci siamo rimasti davvero male.

Vabbò, basta lamentarsi. Visto che ci siamo, due gavettoni ce li spariamo anche noi. Così ci purifichiamo per il nuovo continente.

preoccupazione per la spedizione moto

si vede che siamo preoccupati?

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