Biografia

totò le motò

Vi do due notizie sconvolgenti.
La prima è che ho iniziato ad andare in moto e a viaggiare da poco, dopo i trent’anni.

Prima non avevo una lira.

Sono l’ultimo di cinque figli, nato a epoche geologiche dagli altri: venti anni dal primo, dieci dall’ultima. Poi i miei hanno deciso di comprare un televisore che gli costava di meno.

Non vengo da una famiglia di viaggiatori, tanto meno facoltosi e, sebbene i miei fratelli fin da piccolo mi abbiano messo tra i piedi palloni di ogni dimensione e tipo, non me ne fotte niente del calcio e degli sport competitivi in genere.

Da bambino preferivo scapicollarmi in bici tra i campi e disegnare.

A dodici anni decisi che avrei studiato architettura, mentre sbavavo davanti alle poche immagini della Paris-Dakar che passavano in tv e invidiavo i ragazzini che salivano di cilindrata con le due ruote man mano che crescevano.

Per qualche anno sbraitai ad un microfono, poi mi dedicai alle arti grafiche con una certa serietà terminando gli studi e trasferendomi nella capitale per trovare una strada che fosse mia.

Appena trovato un lavoro stabile comprai uno scooter, un Beverly 250, con cui l’estate stessa partii insieme alla fidanzata di allora per la Corsica. Poi vennero una CBF600 e l’attuale Tenerè 660. E le mete si fecero sempre più lontane: i Balcani, l’Est Europa, il Caucaso, l’Asia Centrale.

totò le motò

Dal 2006 è sempre stato un crescendo di km attraverso posti e genti sempre più diverse. Ho capito che per me viaggiare è cercare storie, facce, gente ed emozioni prima ancora che monumenti o città.
E’ la scoperta del mondo inteso come insieme disordinatamente organizzato di culture e facce e storie. Ogni incontro, paesaggio o situazione nuova il più delle volte si traduce nella conoscenza di un pezzo in più di me stesso. E una volta che si comincia è davvero difficile pensare ad altro.

Raggiungere una meta diventa un pretesto per stare sulla strada e l’imprevisto è il motore delle esperienze.

Mio padre mi ha trasmesso la curiosità per il mondo, mia madre la capacità di comunicare al di là delle barriere linguistiche. Entrambi mi hanno insegnato il rispetto dell’essere umano e la sua dignità a prescindere da pelle, credo, lingua e passaporto. Questo punto di vista e la condizione di apparente svantaggio del guidare una moto a migliaia di km da casa hanno sempre attirato la benevolenza degli autoctoni, portandomi in situazioni che difficilmente avrei vissuto con altri veicoli.

Di recente ho scoperto la soddisfazione di raccontare le storie che incontro sul mio cammino.

I romani dicevano che il destino è nel nome.

Il mio cognome è Femia. Deriva dal greco Femì (dire) e sostanzialmente significa “l’atto del parlare”, tant’è vero che il cantore cieco alla corte di Ulisse, l’autocitazione di Omero, si chiamava Femio.
Da qui la seconda, sconvolgente notizia: Totò le Motò non è il mio vero nome, ma uno pseudonimo scelto in omaggio a “Totò le Mokò” .
Film con il grande Antonio De Curtis in cui il protagonista si ritrova in una casbah e, dopo lo sbigottimento iniziale, se la sfanga benissimo nonostante le mille difficoltà.

 

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