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Mi addormento chiedendomi se esista ancora il Popolo Curdo che ho conosciuto pochi anni fa.

popolo curdo strada siirt

Come sempre, il mattino dissipa dubbi e incertezze. Soprattutto se si esce dal guscio dell’hotel e si fa una passeggiata nei dintorni. Veniamo indirizzati dal receptionist verso un posto che dovrebbe servire caffè turco, poco lontano. La città è già animata da un’umanità fatta di venditori di strada, con gli avventori di lokanta e çay bahçesi seduti a consumare i loro çay.

Molti uomini portano in testa una sorta di zuccotto, altri una specie di kefia avvoltolata che pende sulle spalle. Ci sediamo nel posto indicato che in realtà serve una caffè solubile tipo Nescafè, ma prodotto in zona. Come spesso è capitato in questo viaggio siamo gli unici stranieri, tutti ci osservano con la coda dell’occhio. Peppina si sente inadeguata alla situazione, nuda e volgare rispetto alle donne locali così sensuali nei loro abiti così castigati. Tanto da pubblicare di getto una nota su feisbuk appena rientrati in albergo. Una Tv turca trasmette immagini del conflitto che preoccupa il mondo intero, in pieno svolgimento a un centinaio di chilometri dalla cittadina in cui ci troviamo. Ci rendiamo conto, guardandoci intorno, che il viaggio inizia davvero solo ora, definitivamente. Fino al Nemrut Dagi eravamo ancora circondati da turisti. Fino a Diyarbakir ci ero già arrivato. Da lì in poi è tutto nuovo anche per me e lo scenario umano che abbiamo davanti ci urla a gran voce che stiamo entrando in un altro mondo. Quello che sento è un misto di eccitazione e smarrimento, che poi è proprio quello per cui uno parte per un viaggio così. Ci diciamo che in questo momento non cambieremmo la nostra vita con quella di nessun altro. Quando ordino una seconda dose di caffeina chimica non riesco a capire se il gestore, come me sulla quarantina, ci sia ostile oppure no. Quel kurdish coffee, da lui pronunciato in tono quasi di scherno in risposta alla mia richiesta di un turkish coffee, mi ha lasciato perplesso. Mi gioco la carta di ringraziare in kurdo e non in turco, spas invece di tessekur ederim suscitando in lui e in un altro avventore un moto di simpatia contenuta. Poco dopo, un ragazzo appena arrivato al tavolo vicino al nostro ci offre delle arachidi tostate, insistendo perché ne prendiamo a volontà. Ricambiamo offrendo il nostro tabacco. Iniziamo a comunicare in qualche modo, dando le informazioni di base che lui e un altro avventore ci chiedono in modo amichevole. Stiamo attaccando bottone, ma non è solo questo:

stiamo dando le nostre generalità a questa comunità, piccola rispetto ai milioni persone che compongono il Popolo Curdo in Turchia.

popolo curdo folla partenzaStiamo lì da dodici ore e di sicuro quasi tutti sanno già che due turisti occidentali sono lì in moto per andare a Sirnak. Lo capisco dal fatto che è lui a mimare il manubrio. Ed è anche ovvio, visto che Sofia ha dormito in strada di fronte all’ingresso dell’hotel e la sera prima abbiamo cenato per quattro soldi in una lokanta poco distante. Salutiamo tutti e tutti ci salutano cordialmente, anche il gestore strafottente. Mentre sistemo i bagagli sulla moto, nel giro di un minuto si forma un capannello di curiosi, tutti uomini, interessatissimi alle operazioni di carico e ai dettagli tecnici della moto. Tanto che a un certo punto provo a farli mettere in posa per una foto. Faccio un giro rapido al bazar dietro l’angolo e scopro un mondo parallelo in cui non possiamo immergerci, avendo già caricato tutto sulla moto. Mi limito a comprare due cinghie da basto per legare le borse stagne.Partiamo all’una salutati da una piccola folla di gente, manco fossimo Bono Vox e Madonna.

Sono cento chilometri per Sirnak, ma saranno i più lunghi della storia del motociclismo.

La strada inizia liscia e veloce, ma dopo una decina di chilometri veniamo deviati su una stradina secondaria che lambisce il fiume per poi arrampicarsi tra le montagne in uno scenario costellato di orridi e scarpate, mentre il manto a tratti sparisce. Dopo non so quanti chilometri e sterrate assurde di strade in costruzione, a un certo punto Peppina mi ordina di fermarmi: ci sono delle donne che lavano i tappeti di casa sulla riva di un fiumiciattolo. Si apposta sul ciglio della scarpata per non essere vista ma un uomo sulla strada ci lancia delle voci. Pensiamo ci stia dando dei guardoni in tono decisamente incazzato. Invece parte l’invito a scendere al fiume dalle donne a prendere un çay. Veniamo accolti da sorrisi curiosi di giovani donne in abiti più o meno tradizionali e dall’espressione stupita della madre di alcune di loro. Una ragazza in particolare fa da tramite, essendo l’unica a spiccicare un po’ di inglese. E’ la più estroversa e attacca subito bottone con Peppina, il cui peppinese prende una piega sempre più anglofona. Lo scambio interculturale nell’epoca di feisbuk è supportato dalla tecnologia e partono raffiche di foto incrociate e scambi di contatti con il fratello, appena arrivato con un furgone cassonato per caricare tappeti e donne.

Uno degli uomini dice di vivere anche lui a Sirnak e ci offre di dormire a casa sua. Rifiutiamo per l’enorme ritardo accumulato e il dispiacere è sincero da entrambe le parti. Alla domanda se siamo sposati rispondiamo affermativamente, come facciamo da ormai qualche giorno. Sul perché non abbiamo figli a quest’età ce la caviamo dicendo che ci siamo conosciuti da poco e intanto facciamo questo viaggio, ci penseremo al ritorno. Oh… è una versione per il pubblico: non iniziate a farvi strane idee. Beviamo con loro un’aranciata chimica e ci offrirebbero anche da mangiare, ma accettiamo solo due grappoli d’uva, dopo averli aiutati a caricare i tappeti sul cassone.

Ci salutano ridendo e sbracciandosi dal furgone mentre rimaniamo sulla riva per una sigaretta, ormai tranquillizzati da quest’incontro, nonostante il baffone che ci ha offerto ospitalità abbia tirato fuori un mitra invitando Peppina a sparare qualche colpo in aria. Così, in segno di festa e per gradire. Invito ovviamente rifiutato.

popolo curdo donne su furgone

Riprendiamo la strada, a tratti sgarrupata o in costruzione. Dopo quaranta chilometri di nulla alternato a villaggi altrettanto malmessi e immersi in un paesaggio da “Signore degli Anelli” ci fermiamo per una foto al panorama quando sentiamo una pipinara di voci femminili proveniente da un furgone appena accostato sulla strada: sono ancora le nostre amiche e stavolta non possiamo rifiutare l’invito di passare da casa loro per un çay, anche se il sole è prossimo a salutarci.

popolo curdo villaggioIl loro villaggio, fatto di casupole in mattoni e lamiera, sta a venti chilometri da Sirnak, controllato dall’alto da una casermetta dell’esercito su cui svetta l’immancabile bandiera turca: per passarci davanti bisogna rallentare e fare una gimcana tra filo spinato e dossi. Per arrivare a casa dei nostri amici bisogna poi percorrere una discesa non asfaltata costellata di sassi, per poi proseguire su un fondo dello stesso tipo tra salite e discese attraverso casette, animali e bambini in libertà. Peppina va a piedi per una scorciatoia insieme alla sua nuova amica, mentre io seguo il furgone che si ferma ad aspettarmi nei tratti più difficili. A casa troviamo il capofamiglia, sulla settantina, nel suo abito tradizionale. Come al fiume, parte un giro di scambio di tabacco: molti kurdi fumano tabacco rollato prodotto ad Antalya e, ogniqualvolta ci vedono tirar fuori cartine e tabacco, sono stupiti positivamente da questa similitudine. Solo che il loro tabacco, molto più chiaro del mio, è una botta ai polmoni: finire la sigaretta offertami dal tipo che chiamiamo Babà, il padre panzone delle ragazze, è un impresa non da poco e trattengo a stento due colpi di tosse. Il Babù, il capofamiglia, invece se ne fotte, scatarrando come un Iveco degli anni ’70, ma senza sputare a terra. Le donne mettono a bollire l’acqua, pronta in pochi minuti, e finalmente uno dei cugini ci svela come servire il çay:

si versa un fondo d’acqua bollente per riscaldare il primo bicchiere, roteandolo decisi con la mano come se lo si stesse sciacquando. La stessa acqua viene poi versata da un bicchiere all’altro, per essere poi buttata via dopo l’ultimo. A quel punto si versa il tè per un quarto del bicchiere e si allunga con sola acqua bollente. Di nuovo raffiche di foto incrociate ed è ormai chiaro che Babà il Panzone si è innamorato della mia Fuji. Quasi in coro ci invitano a passare la notte da loro ma siamo in ritardo di almeno un giorno. Proviamo a spiegarlo a gesti ma non è molto chiaro: capiranno definitivamente che un’amica ci aspetta quando uno dei cugini mi fa parlare al telefono con la sua fidanzata, parlante un buon inglese. Ci saremmo fermati volentieri con quella gente così amichevole e contenta di condividere quel poco (o quel tanto) che ha, tra asini, galline e capre, circondati dalla curiosità di tutto il villaggio. Andiamo via con un vuoto alla bocca dello stomaco, dopo che Peppina riceve dalla sua Nuova Amichetta un paio di babucce fatte da lei stessa.

Come dicevo prima solo venti chilometri ci separano dalla meta ma ci metteremo più di un ora: il caro asfalto turco ci regala l’ultima emozione della giornata. Per almeno dieci chilometri il manto è una distesa di asfalto molto liquido al centro e breccia grossa ai bordi, appena steso e fumante. Con lentezza i veicoli a quattro ruote si muovono per metà sull’asfalto e per metà nella sabbia morbida a bordo carreggiata, inclinandosi in alcuni tratti in modo ridicolo. Fossimo senza bagagli potremmo anche noi andare sulla sabbia, ma è troppo morbida e lo spazio a disposizione è davvero poco in alcuni punti. Ci tocca stare sull’asfalto fresco, quasi a passo d’uomo, cercando di non scivolare sul catrame e di non perdere il controllo dell’anteriore sulla breccia non compattata.

popolo curdo asfalto appena stesoDieci chilometri del cazzo, quanto basta per imbrattare tutto il fondo della moto con uno strato consistente di catrame e pietruzze. Tanto che quando mi fermo per far andare Peppina a piedi su un tratto particolarmente insidioso, il motore fuma come se gli avessero gettato una secchiata d’acqua, emanando tanfo di asfalto in cottura. Riuscirò a trovare il tempo per ripulire Sofia da questo schifo, almeno dal grosso, solo due giorni dopo e con difficoltà, con una spugna imbevuta di gasolio su targa, scarichi, motore e faretti e mezz’ora di lancia ad alta pressione. Arriviamo a Sirnak verso le otto di sera, sotto lo sguardo perplesso della polizia che tutto scruta dai mezzi blindati e accolti da una piccola folla di ragazzi, come quella della partenza in mattinata, nella piazza centrale della città, di fronte all’odiata statua di Ataturk sorvegliata giorno e notte dalla polizia. Quando arriva Amy, chiamata dal telefono di uno di loro che ci offre il suo aiuto, non riesce a vedere la moto, circondata com’è da pischelli con cui abbiamo iniziato a cazzeggiare e ridere di gusto. E a scattare foto con le dita a V come vittoria.

Sì cazzarola! Il (mio) Kurdistan c’è ancora. E ritrovo il Popolo Curdo proprio come lo ricordavo.

popolo curdo ragazzi vittoria

 

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